Tutti gli articoli di chiara gasperini

Informazioni su chiara gasperini

Chiara Gasperini si occupa da molti anni di formazione in ambito scolastico ed extra scolastico. Vive in Toscana e dopo la Laurea in Scienze della Formazione presso l’Ateneo Fiorentino con una tesi riguardante aspetti specifici dei laboratori teatrali a scuola come l’educazione vocale, consegue l’abilitazione all’insegnamento per la Scuola Secondaria di pedagogia, psicologia e filosofia. Parallelamente si dedica allo studio ed alla ricerca sui Disturbi di Lettura, l’Educazione alla Pace e la Comunicazione Non Violenta. La ricerca in ambito creativo accompagna costantemente il suo percorso attraverso la sperimentazione teatrale e di altre forme espressive. Sta proseguendo la sua formazione con il Ph.D. in Special Education.

Pitture emergenti: ALESSIO DOVERI

Alessio Doveri, giovane artista emergente,  si muove tra varie forme espressive (soprattutto pittura e fotografia).

Intreccia il suo percorso di ricerca artistica con esperienze di vita orientate intenzionalmente alla scoperta di sé e della dimensione più misteriosa dell’esistenza.

Ammesso che nella nostra vita ci sia qualcosa che non è misterioso.

Mi accoglie nel borgo di Lari, in un vecchio lavatoio, adibito a laboratorio ai piedi del castello medioevale del borghetto pisano. Nelle sue parole possono riconoscersi molti artisti emergenti perché raccontano del percorso sempre in fieri verso una propria identità artistica fatta di ricerca costante in sé e fuori di sé.

Quello che si fa è prima di tutto un’esigenza espressiva personale ma c’è bisogno che venga legittimato, riconosciuto dall’esterno perché è quell’immagine di noi che l’altro ci rimanda a arricchire, sfumare, modificare l’idea instabile e perciò libera, della forma di noi stessi. L’uomo è libero perché sempre in rapporto alla possibilità che si configura come scelta. 

L’arte è anche soprattutto libertà di creare nuove possibilità oltre il già dato sia per chi la realizza che per chi ne fruisce.

Nelle opere di Alessio le forme e i colori emergono da uno spazio – tempo dilatato, a tratti galattico,  in una dimensione non-logica che lascia a chi guarda la possibilità di stare con il non-ancora o riconoscere invece significati che prendono forma dal rapporto tra l’interiorità di chi osserva e l’opera.

Per saperne di più sul lavoro di Alessio Doveri e sulle sue svariate attività vi invito a visitare le sue interessanti pagine: www.alessiodoveri.it

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Parlaci della tua pittura, come lavori da un punto di vista “tecnico”

Alessio: la mia pittura prende spunto dalla tecnica chiamata “Dripping”, impiegata da artisti  come Ernst e Pollock, che consiste nel far gocciolare la vernice direttamente sulla tela distesa a terra, lasciando un certo margine al caso. Questo è stato solo l’inizio, perché nel tempo ho modificato il risultato avvalendomi di attrezzi utilizzati nell’edilizia (spatole, cazzuola e frattazzo, ecc).

Il mio lavoro è prettamente istintivo. Utilizzo principalmente vernice acrilica su pannelli di polistirene estruso: questo mi permette di incidere il materiale senza che esso si spezzi. Nell’ultimo anno ho aggiunto le garze, per rendere la superficie imperfetta fin da subito.

Nel tempo mi sono spesso ispirato al percorso artistico di Kandinsky e alla sua ricerca delle linee, delle forme e del colore; questi temi si ripetono nella mia arte e nelle mie fotografie.

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Puoi dirci qualcosa in particolare sulle tematiche che rappresenti nei tuoi lavori?

Alessio: i miei lavori affrontano l’essenza delle emozioni. Se si va oltre la logica si può iniziare a avvicinarsi al nostro inconscio e da lì entrare in contatto anche con sentimenti che possono infastidirci o sorprenderci in positivo.  Le tematiche più significative per me sono il rapporto tra uomo/natura e l’amore tra essi, la speranza di un equilibrio che forse non arriverà mai a causa dell’avidità del potere umano.

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DREAMTIME-d06

 

Quali sono state le esperienze di vita che ti hanno maggiormente influenzato in questo sviluppo creativo?

Alessio: molti anni fa ho avuto modo di percorrere il Cammino di Santiago. Questo è stato un importante passaggio nella mia vita, dal quale ho imparato molto e lì ho capito che il caso non esiste. Oggi viaggio spesso da solo, aperto ad accogliere e dare, questo mi permette di stabilire degli scambi energetici con sconosciuti che saranno poi fonte d’ispirazione per mia arte.

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STARLAND-S03

Quale riscontro ricevi da parte del “pubblico”?

Alessio: ogni volta che faccio un’esposizione personale mi accorgo che è un’esperienza unica e gratificante. Sono affascinato dal rapporto che si crea tra spettatore e opera quando si instaura un contatto, un feeling che va oltre il fermarsi all’estetica del giudizio. Questo per me è un risultato importante, visto che stiamo attraversando un periodo storico particolare dove tutto corre e non abbiamo tempo per soffermarci sull’ascolto. Per questo motivo, spesso chiedo alle persone presenti di disporsi in cerchio e condividere le proprie emozioni.

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STARLAND – S15

In questo momento della tua vita cosa vorresti che le tue opere lasciassero a chi le osserva?

Alessio: il mio pensiero è rivolto alla speranza e questo è ciò che desidero trasmettere a chi osserva. Poi sento che l’arte è uno strumento e ognuno è libero di esprimere ciò che meglio crede e sente.

STARLAND - S04 - particolare
STARLAND – S04 – particolare

Hai mai pensato di trasferirti all’estero o credi che l’Italia sia un buon posto per crescere professionalmente come artista emergente?

Alessio: sinceramente ho difficoltà a dare una risposta certa, mi sento di dire che in Italia attualmente sono rari gli spazi di confronto e i punti di riferimento per una crescita artistica e culturale. Mi sembra che ci sia poco interesse nel vivere l’arte e più apparenza nel fare arte.

STARLAND
STARLAND

Che progetti hai per il futuro?

Alessio: il linguaggio espressivo di ogni artista è in continua evoluzione ed io mi trovo in un momento di passaggio importante nel quale sto analizzando il rapporto artista/spettatore. Credo che sia fondamentale ristabilire un collegamento diretto tra le due figure e il mio progetto consiste proprio in questo. Attraverso la ricerca dell’infanzia, recuperare e stimolare gli adulti ad andare oltre e far mettere loro da parte le sovrastrutture date dal tempo vissuto.

Studio
Studio

Per ragioni di spazio oggi ci siamo occupati solo della pittura ma tu realizzi anche molto altro…Vuoi parlarcene?

Alessio: voglio raccontarti velocemente il mio viaggio.

La passione per l’arte è sempre stata presente nella mia vita, ma era latente e con difficoltà emergeva.  Spesso mi divertito a scarabocchiare e mettere un po’ di colore in qua e là, ma dopo il Cammino di Santiago tutto è diventato vivido e acceso. Questo lo si può vedere, quando iniziai a realizzare le mie prime installazioni in legno e con i manichini. Mi sentii come un cappellaio magico che in continua evoluzione gioca con il proprio talento e sentimenti.

Questo fu solo l’inizio del mio viaggio di ricerca, con il passare degli anni sentii la necessità di sperimentare la creta, il découpage, le tecniche miste su legno, la scrittura creativa, le pitture astratte e per finire alla fotografia astratta e lo still-life.

Potrei dire che tutto questo è servito per conoscermi meglio e capire che gli strumenti acquisiti sono frutto della consapevolezza. Ci tengo a puntualizzare che l’identità di una persona, non è fatta dalla sola estetica ma soprattutto dai suoi contenuti intrinseci.Tutto questo è il mio modesto pensiero umano e artistico… Buona vita! Grazie

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DREAMTIME – D06 -particolare

I colori della terra: intervista a CARLO ROMITI

Percorsa una strada sterrata dove la campagna toscana tutt’intorno dà il meglio di sé, arriviamo alla casa dell’artista. Una casa antica, che racconta di un diverso rapporto con le cose e con l’ambiente, dove le vecchie pietre si integrano perfettamente a tutto il resto, non c’è scarto ma armonia tra opera dell’uomo e ambiente naturale.

Per prima cosa, l’artista, dopo averci salutati, libera i suoi due bellissimi cavalli, uno scuro e uno baio, aprendo la pesante porta della stalla. Subito i cavalli corrono sulle colline. Un cane ha voglia di giocare con loro e li segue abbaiando.

L’aria mite di una mattina di luglio, le criniere dei cavalli liberi al galoppo e due cani felici già potrebbero essere ingredienti più che sufficienti a riempire di bellezza una giornata ma c’era ancora molto altro.

Carlo Romiti ci accoglie con un autentico senso dell’ospitalità e ci conduce nel suo studio.

Prima di entrarvi, io e Luca Doveri attraversiamo una stanza più piccola dove sono custodite selle di vario tipo e materiale per l’equitazione che l’artista pratica da sempre.

Casa dell'artista: luglio 2018
Casa dell’artista: luglio 2018 – foto di Luca Doveri

Romiti dipinge con le terre che raccoglie personalmente nella campagna tra San Gimignano e Volterra e che poi utilizza sulle sue tele dopo averle rese disponibili in varie modalità e con tecniche naturali.

Nel suo studio, su mensole alle pareti, sono esposti vasi di vetro pieni di terra delle più sottili sfumature di marrone ma anche nel nero o nel blu di lapislazzuli. La terra, a saperla scegliere, offre una gamma cromatica incredibile che va dal rosso all’ocra al nero, attraverso i diversi verdi e i grigi quasi azzurri. Nella grande e luminosa stanza sono sistemate diverse sculture perché Romiti è pittore ma anche sculture e regista teatrale.

Questo straordinario artista dipinge soprattutto animali come tori, cervi, cavalli in una modalità che ricorda i graffiti degli uomini preistorici. Questi animali così rappresentati sono senza tempo. Chi li guarda sulla tela, può sentire quanto la loro natura sia vicina alle nostre profondità interiori, fatte di istinto e di impulsi selvaggi. Potrei definirli archetipi, forme originarie.

luna crescente
luna crescente

Romiti ci invita a riappropriarci della nostra natura indomita che troppe volte, in nome di falsi idoli addomestichiamo con spietata violenza. Così come la scena dei cavalli forti che galoppano senza sella, liberi sulla collina, le opere di questo artista liberano l’osservatore e lo riavvicinano all’elemento che ci unisce e ci nutre, la terra.

Studio dell'artista: sfumature di terre
Studio dell’artista: uno scaffale con alcuni colori – foto di Luca Doveri

 

Carlo Romiti si occupa anche da molti anni di teatro, dal 1987, infatti, dirige il Laboratorio Teatrale del Centro Arti Visive del Comune di Certaldo che prendendo spunto dalle opere di Giovanni Boccaccio, realizza spettacoli di carattere contemporaneo.

Tra le sue svariate attività ricordo i corsi sulle tecniche pittoriche per la sezione didattica del Museo degli Uffizi a Firenze e al Museo di Preistoria di Firenze.

Romiti, nel lontano 1988, ha collaborato alla realizzazione di Mercantia e a intitolare proprio con questo nome il festival di teatro di strada e artigianato che si svolge ogni anno a Certaldo Alto nel mese di luglio e che in questi trent’anni è naturalmente cambiato più volte rispetto al progetto originale.

Per conoscere la biografia e le opere di questo artista vi invitiamo a visitare il sito:

http://www.carloromiti.it/

Toro: luglio 2018
opere in lavorazione: luglio 2018

 

 Tra le varie forme artistiche a cui ti dedichi quale ti rappresenta maggiormente?

Mi piace giocare con quello che faccio, intendendo per gioco una cosa per nulla superficiale. Ci sono tante cose che mi appassionano e dedicarmi all’una o all’altra vuol dire dare ordine a quello che mi piace, ogni arte ha le sue grammatiche da seguire. Resta molto importante alimentare il senso del gioco e farlo con il cuore.

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Come è nata la tua passione per la terra?

Sono sempre stato in mezzo agli animali e alla natura. Mio padre era un veterinario, mio nonno era un medico e l’altro mio nonno domava i cavalli da solo. Fin da piccolo andavo con mio padre a fare le visite agli animali da una campagna all’altra. Sono sempre stato attratto dalla terra e credo che quando l’uomo inquina il suo ambiente e non rispetta la terra fa male prima di tutto a sé stesso e a ciò che lo sostenta.

paesaggio ocra
paesaggio ocra

Come hai iniziato a dipingere?

Mio nonno medico amava disegnare con una penna che ancora conservo e nella mia famiglia non era stato il solo a avere la passione per il disegno. Insomma in casa Romiti c’era una voglia latente di fare il pittore. Io stesso disegnavo continuamente, anche a scuola, mentre i professori spiegavano o quando tornavo dalle visite fatte con mio padre a casa poi disegnavo gli animali che avevo visto. Frequentavo il liceo classico ma davanti al greco e al latino non provavo entusiasmo finché, un giorno, avendolo capito, mio padre mi disse: “Un po’ di greco e di latino l’hai fatto, ora vai!” Così mi iscrissi all’Accademia di belle Arti di Firenze e iniziai a confrontarmi davvero con il mondo dell’arte.

in opera
in opera

Ci sono state particolari fonti d’ispirazione?

Sapere che ancora oggi raccolgo le terre nelle stesse campagne di Cennino Cennini  e riprodurne anche le modalità di lavorazione è per me davvero ispirante. Anche lui, si capisce che univa la tecnica al piacere di quello che faceva. Si tratta di armonizzare e unire la cultura e l’istinto.

toro bianco
toro bianco

Cosa accomuna le tue opere pittoriche a quelle di Lascaux o Altamira?

La terra e gli animali ma soprattutto l’emozione. Comunicare qualcosa che ha colpito profondamente è anche comunicare sé stessi. Il lavoro da fare, in tutte le arti, è permettere alla propria autenticità di prendere corpo.

Ti senti capito dal pubblico?

Inizialmente le mie opere erano apprezzate maggiormente all’estero, negli ultimi anni, anche in Italia.

cavallo
cavallo

Quali artisti ammiri di più?

Ce ne sono davvero molti. Sono attratto soprattutto da chi fa qualcosa di autentico, che parte dal suo cuore e non ricerca la novità fine a sé stessa o il sensazionalismo d’effetto. Ricordo di essere rimasto molto colpito, anni fa, dagli animali di Picasso, in una mostra a lui dedicata. Ma anche da certe opere di Mario Sironi. A volte, basta anche una semplice campitura, che può bastare a raccontare tutto il lungo lavoro di ricerca.

Gli animali che disegni sono frutto di fantasia o sono rappresentazioni esatte di qualcosa di visto nella realtà?

L’arte è un atto d’amore. Fin da bambino mi sono abituato a disegnare gli animali che vedevo. Ancora oggi vedo animali tutti i giorni perché la posizione di questa casa me lo permette. Lupi e cinghiali. Li vedo anche nelle loro dimensioni più vere. L’animale che poi disegno è allora filtrato dalla memoria.

cinghiale
cinghiale

Quali pensi possano essere validi criteri per avvicinare i bambini all’arte?

Nel mio lavoro con i bambini e con gli insegnanti ho sempre cercato la semplicità. Mettere i bambini davanti a cose elementari consente loro di iniziare gradualmente a padroneggiare il loro saper fare e sentirsi competenti da lì poi, verrà naturalmente fuori la voglia di sperimentare. I bambini sono naturalmente attratti dalla terra, un elemento che ci chiama da sempre a toccarlo, modellarlo, guardarlo. Il contatto con la materia è essenziale. Riempire di colore un foglio o tracciare una lunga e grossa linea da una parte all’altra del foglio con un pennello può già essere un’esperienza significativa che fa acquisire autostima al bambino e lo solleva dalla paura dello spazio bianco. Determinante è il ruolo dell’insegnante che deve essere preparato, deve conoscere la storia dell’arte e soprattutto è fondamentale che sia appassionato perché solo così potrà accendere anche la passione dei bambini.

Un messaggio per concludere l’intervista?

Non prendersi troppo sul serio che non vuol dire essere superficiali ma significa, per me, essere noi stessi, fare con il cuore. La spasmodica ricerca della novità e del sensazionalismo non alimentano un’espressione artistica autentica.

Toro su sfondo rosso
Toro su sfondo rosso

 

 

 

 

 

 

 

 

Il tessuto dei sogni: la pittura svela il femminile. Le emozioni e l’arte di LUCIA GUADALUPE GUILLEN

Brescia mi piace.

A Brescia l’Italia è stata un sogno di Indipendenza e Libertà prima ancora di essere un Paese.

Leonessa d’Italia“, così viene chiamata la città lombarda.

Vago nel centro storico, seguo il selciato e la luce dorata, soffusa della sera.

Un atelier si nasconde dietro un portone massiccio.

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La padrona di “casa” è la giovane artista Lucia Guadalupe Guillen, laurea all’Accademia di Belle Arti di Venezia e poi laurea specialistica in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, un musicale accento spagnolo e tanto da raccontare.

http://luciaguadalupe.it/biografia/

La maggior parte delle volte, preferisce lasciare le sue opere senza un titolo perché un titolo, afferma, può essere un limite per chi guarda l’opera.

Toni caldi e avvolgenti dominano l’atmosfera: il rosa e il cipria.

Due grandi finestre lasciano entrare il cielo e la sua luce.

Sono i colori del nord dell’Argentina che si ritrovano sui quadri. E poi orologi, corsa contro il tempo, figure femminili che dominano. Il tema del doppio: uno svelare la realtà tra i veli dell’apparenza e poi un apparire ulteriore che affiora.

Opere dalla delicata espressività, dove tra i tessuti e il cucito si nascondono decorazioni e ricami.

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Tutti i materiali  che vengono utilizzati e reinterpretati dall’artista raggiungono una perfetta fusione con l’intenzione dell’opera e non risultano mai sfoggio stilistico fine a se stesso.

Armonia e verità pervadono le opere che si mostrano con apparente semplicità.

Una decisa personalità artistica connota tutte le creazioni di Guadalupe Guillen che risentono positivamente di una ricca dimensione interculturale e di un talento che invita a uno sguardo attento.

Guadalupe: ho studiato a Venezia e a Brera, ho disegnato e dipinto per giorni e giorni, per anni, e continuo a farlo, portando con me tutti i maestri che sono stati importanti, con la loro disciplina e il loro duro lavoro, come Carlo di Raco e Andrea Del Guercio.

Chiara: cosa ricordi delle tue prime ricerche artistiche?

Guadalupe: come vedevo me stessa e come ognuno di noi vede sé stesso nella società. Figure emergono come nebbia che si alza nella sera. Bambini che sono me e mia sorella gemella da piccole. Il bambino è l’emblema di tutto ciò che è puro e non è contaminato dalla società.

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Chiara: i tuoi primi lavori ritraggono spesso bambini…

Guadalupe: il bambino è sincero. Il bambino è, semplicemente, senza dovere essere.

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Chiara: si individuano fasi diverse nelle tue creazioni artistiche.

Guadalupe: al termine del mio percorso a Brera ho iniziato a disegnare abiti. Vengo dal Nord dell’Argentina, da Salta, ai piedi della Cordigliera delle Ande… dove c’è una importante tradizione tessile artigianale ancora molto viva.

In “Madre e Figlia”, per esempio, i vestiti celano una identità, confondono, ingannano. Non capiamo chi sia la madre e chi, invece la figlia.

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Chiara: il lavoro sui vestiti  è minuzioso in tutte le tue opere.

Guadalupe: utilizzo carta riciclata, veline che danno movimento, ago e filo per cucire e ricamare sulle opere. Io do vita a cosa sento come urgente in un certo momento, il perché lo capisco solo in seguito. A guidarmi ci sono le emozioni che scaturiscono autonome e indipendenti… sono loro a portarmi dove a volte nemmeno io so.

Chiara: vedo abiti anni ’50, come fossero disegni per una casa di moda…e poi ci sono insetti disegnati, schierati, in fila.

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Guadalupe: questa è la terza fase della mia produzione. Abiti su lucido. Sono nata in Patagonia, lì non c’erano insetti, era troppo freddo. Poi, una volta giunta a Salta io e mia sorella gemella li abbiamo scoperti. Le formiche giganti hanno colpito tantissimo la mia immaginazione e ancora oggi le disegno. In quegli anni, a scuola ero affascinata soprattutto dai colori. Gli anni Cinquanta avevano un ideale femminile con i fianchi più larghi, donne che esplodevano di vitalità, iniziavano a tirare fuori il corpo …far notare le curve.

Chiara: geometrie si intrecciano in tessiture minuziose, come di tappeti. Fino ad arrivare alle tue attuali produzioni. I vestiti come pura esteriorità, come apparenza senza corpo. Il vestito che diventa l’unica cosa che si vede perché il corpo scompare. Il vestito come maschera che cela, nasconde, inganna.

Guadalupe: sono attratta dalla possibilità di cambiare le prospettive, i punti di vista di chi guarda, la collocazione nello spazio deve essere diversa, un invito alla scoperta e a forme nuove.  La recente esperienza di maternità con mio figlio Achille e un viaggio nel verde Messico mi ha ispirata a una ricerca nuova sul corpo che si fa pianta e sulla pianta che come in un antico erbario esprime tutta la sua natura vitale e pulsante, la ricchezza florida e arborea di nuove creature. Il tema del sogno che vede animali, insetti esseri umani confondersi. In Messico mi sono sentita invadere dalla natura e dai colori e sono partita in un viaggio artistico personale.

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Chiara: la scuola oggi cosa può fare per migliorare la società?

Guadalupe: avvicinare i ragazzi alla dimensione emotiva e all’espressione delle emozioni, educare all’empatia e alla condivisione. Insieme ad un’altra pittrice, Antonella Pedretti, stiamo facendo una istallazione di acchiappasogni per realizzare una dimensione collettiva.

Una sorta di gigantesco arazzo composto di acchiappasogni. Vorremmo fare la stessa cosa con le scuole… dove ogni alunno crea il suo acchiappasogni dove stiano desideri, emozioni, speranze, sogni. Una volta uniti in un’unica installazione vogliamo far riflettere su quanto, tutti insieme, diano vita a qualcosa di più bello ed emozionante.

Chiara: cosa cambia tra il fare l’artista in Argentina e il farlo qua?

Guadalupe: la burocrazia! Qui ce ne è tantissima. In Argentina gli artisti sono molto più liberi di fare qualsiasi cosa, aprire spazi, avere iniziative senza essere costretti dentro schemi legali e burocratici. D’altro canto in Italia l’arte è ovunque e ciò è uno stimolo straordinario!

Il Grande Acchiappasogni
Il Grande Acchiappasogni

 

Intervista: PAOLO RIZZI “libertà tribale è un anagramma”

Paolo Rizzi, oltre che artista è docente di storia dell’arte e filosofia.  Dopo gli studi universitari in comunicazione svolti  a Milano e varie esperienze professionali in Italia e all’estero, attualmente è residente in Toscana.

Le sue opere costituiscono una produzione metropolitana e tribale al tempo stesso, o forse tribale proprio perché metropolitana nel senso più autentico del termine. Visioni artistiche che non temono l’incontro con la filosofia e sfuggono dall’autoreferenzialità.

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La dimensione internazionale delle esperienze professionali di Rizzi si riflette nel suo lavoro caratterizzandolo con un stile comunicativo e personalissimo.

Tra colori vivaci e forme dai tratti marcati il lavoro di Rizzi accompagna chi osserva in una dimensione fantastica popolata da robot, supereroi, astronauti, figure cangianti, tigri ipnotiche. Primi piani e città dove il colore carico ne narra le storie. Pittura di figure che a tratti si fanno specchio di chi guarda, per poi prendere forza nelle antiche tribù delle origini e nel corpo animale, ora della tigre, ora del cavallo, prima di smarrirsi di nuovo in un frigorifero allegramente colmo di cibi industriali. In alcuni frigoriferi dipinti da Rizzi troviamo anche libri, dadi e soprattutto tempo sottoforma di sveglia e altri oggetti, ognuno con un messaggio per chi guarda in una società che tutto consuma e divora, tutto vende e tutto compra. Modi di consumare fagocitando: un frigo dove purtroppo sono presenti anche animali, visti solo come cibo, senza la coscienza della differenza che sussiste tra una cosa e un animale. Un invito a riflettere, a prendere consapevolezza di ciò di cui ci nutriamo, a tutti i livelli: fisico, mentale, emozionale. Questo per orientare a un maggiore rispetto verso tutte le forme di vita animali che sono con noi in questo viaggio terreno.

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I colori sono saturi e decisi, stesi seguendo a volte linee contrastanti e sovrapposte, altre volte con meticolosa coerenza, così come le forme geometriche tracciate con linee marcate a volte imprecise, graffiate. Le composizioni assumono un carattere vigorosamente primitivo che offre a chi guarda la certezza di una energia e di una forza che prende forma, provvisoria, accennata, ma sempre decisa e priva di ambiguità.

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Visioni corroboranti di personaggi fantastici che sembrano provenire dai cartoons o da qualche giornale di fumetti dimenticato. Raccontano silenziosamente storie di viaggi e di esistenze intergalattiche o oniricamente quotidiane. Altri sé, visioni di una identità umana che si ritrova perdendosi nella molteplicità di una ricerca tra il serio e il faceto tra il reale e l’irreale, tra il tangibilmente materiale e il fantasticamente onirico. Le opere di Paolo Rizzi sembrano ritrarre una identità umana alla ricerca di sé stessa. La contemporaneità è crisi delle certezze. Se il novecento era stato definito da alcuni come secolo della crisi dell’io, oggi questa stessa crisi ha dilagato e dall’io si è riversata sul mondo come un’ eco nietzschiano inconsapevole che continua a propagarsi. Un cammino che appare senza appigli se l’io e le certezze ultime sono dissolte. Tuttavia, un cammino non tracciato  è  anche per questo un cammino dove  infinite vie sono possibili, così le opere di Rizzi sono accomunate dalla tendenza alla ricerca e alla sperimentazione.

Per saperne di più sull’artista:

www.paolorizzi.com

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Chiara: ho letto che dipingi da quando avevi vent’anni: come è cambiato, nel tempo, il tuo modo di lavorare?

Paolo: essendo autodidatta ho dovuto dipingere molto e guardare moltissimo prima di trovare un mio modo di lavorare. E sostanzialmente negli anni è cambiato quanto tempo impiego a realizzare un quadro… ho imparato ad aspettare, a tornare sul lavoro tutte le volte che serve.

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Chiara: cosa significa oggi essere un’artista?

Paolo: forse rubare più tempo possibile per me. Sfuggire alle richieste necessarie della società, creare un proprio mondo, una sorta di intercapedine fra il collettivo e il personale, fra il senso e il non-senso.

Chiara: cosa apprezzi di più in un’opera d’arte? (il soggetto, la tecnica, lo stile, il messaggio, altro…)?

Paolo: poichè non esiste un’unica opera d’arte, un unico modo di fare arte, tutte le cose che hai indicato possono essere apprezzabili. Vero è che se la tecnica, e soprattutto lo stile, non raggiungono una certa forza, l’opera d’arte non esiste. Il risultato rimane relegato in un tentativo, un’idea, niente di più. Ma è altrettanto vero che se il soggetto o il messaggio sono stereotipati alla fine il quadro è noioso…quindi direi che un’opera d’arte è l’insieme di tutte queste cose.

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Chiara: tra i grandi musei internazionali che hai visitato dove torneresti più spesso?

Paolo: forse vorrei vedere quelli che non ho ancora visto, ad esempio non ho ancora visto un museo che contenga un certo numero di opere di espressionisti astratti americani degli anni ’50 e ’60 che per me sono fantastici. Comunque tornerei volentieri al Prado, a Madrid.

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Chiara: un’opera d’arte è infinita nelle sue interpretazioni perchè cambia chi la guarda. Il processo ermeneutico non è esauribile. Sei d’accordo con questa affermazione?

Paolo: sì, forse ad un certo livello sociale, personale, culturale, ideologico l’opera d’arte non esiste di per sé, ma se penso a Michelangelo, ad esempio…. Le sue opere esistono di per sé. Chiunque le guardi prova stupore, sgomento, attrazione. Non è semplicemente un’induzione sociale. Per tutti gli altri forse ci vuole il pubblico. Ma un’opera d’arte non deve necessariamente stupire, può evocare pensieri, domande, provocare, seminare il dubbio o il panico. Può raccontare, mostrare…Se ossevo la tua domanda, filosoficamente…”Un’opera d’arte è…”allora hai già accettato che l’opera d’arte esista, e se hai già scelto con cosa ti vuoi confrontare allora l’ermeneutica viene dopo, come una specie di alta consolazione, un tentativo di giustificare quel che non è giustificabile. L’arte esiste davvero, di per sé, è una manifestazione misteriosa…

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Chiara: ci sono state fonti d’ispirazione, persone, esperienze che credi abbiano maggiormente influito sulla tua produzione artistica?

Paolo: certo, infinite, sempre in divenire, attuali, non smetti mai di vedere. Può essere un grande artista o un muro scrostato. Sicuramente l’arte moderna in particolare è al centro della mia formazione e anche se molto diversi da me gli espressionisti astratti americani da De Kooning a Rothko a Louis Morris, Kleine, Motherwell…mi hanno ispirato moltissimo. Anche se forse il quadro più sconvolgente che ho visto dal vivo è la “Deposizione di Cristo con angelo” di Antonello da Messina

Chiara: gli studi filosofici e il lavoro di professore di filosofia, come credi possano influire sul tuo modo di essere pittore?

Paolo: difficile dire perchè le due cose sono sempre coesistite per me, comunque direi il senso di ricerca. Un’opera non è il punto di arrivo ma il momento di un viaggio. Il senso dell’arte come il divenire di una scoperta mai conclusa. Sono un artista eracliteo direi, “polemos” padre e madre di ogni cosa…forse la filosofia ha reso accettabili i miei conflitti umani troppo umani.

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Chiara: la tua produzione è particolarmente ricca e eterogenea ma vi si intravedono forse anche alcuni temi ricorrenti come, per esempio, la  crisi di identità dell’uomo contemporaneo e il suo spaesamento. Un uomo contemporaneo che stenta a riportare una natura tribale, a tratti animale, nei ritmi prosaici della contemporaneità. Trovi che ci siano echi antropologici nei tuoi quadri?

Paolo: antropologia del paleolitico intrecciata a quella metropolitana del presente…sì. Mi interessa sempre più che un lavoro sia sospeso fra il senso del passato e del futuro. Qualcosa di arcaico, della tribù originaria in grado di proiettarsi verso una visione futuribile. Potrei definirmi un archeologo dell’inconscio collettivo…uno psicoarcheologo. Indubbiamente cerco un senso di appartenenza a qualcosa perdutosi in eoni di tempo storico, sociale, ideologico. O più semplicemente cerco la polvere sotto il tappeto.

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Intervista: LUCA DOVERI “Crescendo tra favole e meditazione”

 

Luca Doveri è uno scrittore toscano che si è formato fin da giovanissimo nel campo del massaggio e della crescita personale. La scrittura, per questo artista, non è solo evasione dalla realtà ma possibilità di costruzione di nuovi punti di vista sul mondo, trasformazione, sviluppo di nuove libertà di essere e di esistere.                                                                                                   I destinatari privilegiati dei suoi racconti sono i bambini ma anche gli adulti potranno attingere dalle sue narrazioni.

Salone Internazionale del libro di Torino, 18 maggio 2017
Salone Internazionale del libro di Torino, 18 maggio 2017

Numerose esperienze di vita, lavorare come massaggiatore olistico, viaggi in oriente e periodi di vita all’estero,  hanno consentito a Luca Doveri di approfondire la conoscenza dell’animo umano e di dare forma ai personaggi dei suoi libri.

Viaggia e visita nuove terre umano errante e l’anima s’arricchirà di emozioni, colori e poesia fino a che non capirai la vita e la sua magica alchimia.                                                                                                                                                                                “La piramide dei desideri”                               

La forza positiva che scaturisce dalla sua narrazione nutre l’ottimismo e la forza del lettore che viene così invitato a trovare nuove soluzioni e a cogliere il meglio che l’esistenza possa offrire.

La lettura apre le finestre che si affacciano sull’anima del lettore.                                                                                                                                                                              “Teseo e la Vespa parlante”

Chi legge potrà trovare nei libri di Luca Doveri uno spazio dove far crescere ottimismo, pace e armonia. In un modo semplice ma profondo sono i grandi temi dell’esistenza che vengono toccati dalle sue storie.

La Nazione, martedi 16 maggio 2017
La Nazione, martedi 16 maggio 2017

Ogni paura esiste solo fino a quando la si affronta e la si comprende.
E’ allora che perde tutta l’energia che le si era attribuita e non diventa altro che una piccola goccia d’acqua nel palmo della nostra mano
                                “La piramide dei desideri”

I personaggi e le storie di Luca Doveri ci invitano a riscoprire il bambino che in noi è ancora in grado di cogliere la magia della vita e la meraviglia di esistere. I libri di Luca Doveri sono ricchi di spunti, sogni e intuizioni, scritti in una forma narrativa accattivante, diretta, agile e piena di emozione.

Il pensare colorato e con gioia è il gesto di maggior riconoscenza che possiamo 
avere verso colui che ci ha donato la possibilità di pensare.           La stella della fantasia

La pagina facebook di questo originale scrittore è ricchissima di contenuti, uno spazio prezioso dove la magia della lettura comincia a diventare un viaggio fuori e dentro se stessi: https://www.facebook.com/l.doveri

Dove trovare i libri di Luca Doveri: https://www.amazon.it/Luca-Doveri-Libri/s?ie=UTF8&page=1&rh=n%3A411663031%2Ck%3ALuca%20Doveri

Chiara: quando hai scritto il tuo primo libro?

Luca: ho iniziato a scrivere nel 2005 quando Lina Talarico, una cara amica che fa la maestra nella scuola primaria cercava libri di favole per bambini da poter leggere in classe.  Le sue ricerche quella mattina non andavano a buon fine e io scherzando, le proposi che avrei scritto qualcosa per lei! Fu così che scrissi la prima favola “Mogul la farfalla fantastica”. Lina lesse la favola in classe dicendomi che era piaciuta molto ai bambini, così si può dire che ho iniziato per caso, anche se nulla inizia per caso. I bambini ne fecero disegni e commenti positivi. Ricordo ancora la felicità mia e di Lina nel vedere i bellissimi disegni della farfalla che rappresentavano emozioni e pensieri dei bambini. Incoraggiato anche da Lina ne scrissi un’altra e poi un’altra ancora arrivando a dieci: nacque così il mio primo libro “La stella della fantasia”.

Mi è sempre piaciuto scrivere pensieri e poesie ma la mia passione si è davvero concretizzata in questa prima occasione.

Nello stesso periodo scrissi un altro libro: “La piramide dei desideri” rivisto poi in diverse parti nel 2013, prima di pubblicarlo. Il libro racconta la storia di Iseo, un bambino che con l’aiuto di un pappagallo scala una piramide di erba affrontando prove e indovinelli sul significato della vita. Nel 2015 ho poi scritto un libro per la Fondazione Piaggio. La storia racconta di una vespa volante e parlante che accompagna un bambino in una avventura attraverso i cieli della Terra.

"Teseo e la vespa parlante", Fondazione Piaggio, illustrazioni di Maddalena Carrai
“Teseo e la vespa parlante”, Fondazione Piaggio, illustrazioni di Maddalena Carrai

Chiara: una vespa e un bambino…

Luca: la Fondazione Piaggio di Pontedera mi aveva proposto di scrivere una storia per bambini che avesse come protagonista una vespa. Vivevo a Londra, all’inizio non è stato facile, poi dopo un paio di settimane mentre ero a scrivere in uno Starbucks vicino a Wimbledon mi è nata l’idea del libro e il suo titolo: “Teseo e la Vespa parlante”.                               Il racconto inizia con una scolaresca di bambini che vanno in visita al museo della Vespa di Pontedera e lì un bambino rimane attratto da Mafalda, una vespa celeste che gli parla, invitandolo a salire in sella. Lasciata la scolaresca a terra, i due volano via arrivando in India dove incontrano amici, altre Vespa, animali parlanti e Saggioluce, il buffo guardiano di un magico lago sull’Himalaya che aiuterà i nostri protagonisti a salvare la Terra.

Il personaggio Saggioluce, "Teseo e la vespa parlante", illustrazione di Maddalena Carrai
Il personaggio Saggioluce, “Teseo e la vespa parlante”, illustrazione di Maddalena Carrai

Chiara: nei tuoi libri si vedono bellissime illustrazioni, come si crea per te la collaborazione con l’illustratore?

Luca: prima scrivo la storia, poi insieme a chi disegna e all’editore decido quante illustrazioni fare, cercando i punti più salienti, quei momenti del racconto che ci sembra più giusto abbinare a un’illustrazione. Chi disegna spesso mi aiuta a vedere sotto altri punti di vista la storia, perché tutti siamo colpiti da aspetti diversi del racconto.                                            I primi due libri editi da ArtEvenBook sono stati illustrati a matita da Anna Lisa Gneri, una mia cara amica di Pontedera, una magica persona con un forte amore per i colori e una grandissima pazienza, è anche grazie a lei se sono arrivato alla pubblicazione dei miei primi due libri.                                                                                                                                                                      Il libro sulla Vespa e il prossimo in uscita ad Ottobre edito da Edigiò sono stati illustrati da Maddalena Carrai in digitale, il primo libro sulla Vespa è stato ideato da me e Maddalena nel 2015 senza incontrarci, io in quel periodo vivevo a Londra e lei a Livorno; Maddalena è quel genere di artista che non ha bisogno di tante parole, appena legge riesce in poco tempo a immaginarsi l’illustrazione più adatta.

Chiara: di cosa parlano i tuoi libri?

Luca: avendo un passato da operatore olistico ed essendo un amante di tutta la psicologia e delle filosofie orientali, quando ho iniziato a scrivere, ho cercato di canalizzare tutti questi insegnamenti ed esperienze nelle mie storie.                                                                                         Pur essendo favole sono portatrici di tutti i miei vissuti. Prima di ogni capitolo inizio sempre con un aforisma psico-filosofico rivolto agli adulti. Il breve incipit riprende il contento del capitolo che seguirà, è uno stile che ho utilizzato in tutti i libri tranne in quello della Vespa. Penso che l’ottanta per cento di ciò che c’è scritto nelle mie favole venga da questo background formativo olistico che, anche se non viene colto subito, arriva nella mente del lettore. Cerco sempre di far affiorare un senso, una morale psico-filosofica da quello che scrivo. Tutte le favole hanno un potenziale in questo senso, così quando scrivo cerco il più possibile di accompagnare l’immaginazione del lettore oltre la semplice lettura d’intrattenimento. Per questo amo definire come “favole psicologiche” quello che scrivo. Ovviamente ci possono essere molti livelli di interpretazione, tanti quanti sono i lettori e questo è anche il bello della lettura. Tuttavia cerco sempre di inserire significati profondi come per esempio nel secondo libro che ho scritto “La Piramide dei desideri”.                Il libro parla di un bambino che scala una piramide di erba; da un punto di vista più profondo, l’attraversamento dei sette piani rappresenta il superamento di sette livelli psicologici verso l’evoluzione e la comprensione di noi stessi e del mondo che ci circonda.

"La stella della fantasia" e "La piramide dei desideri" al Salone internazionale del libro di Torino, 18 maggio 2017, illustrazioni di Anna Lisa Gneri
“La stella della fantasia” e “La piramide dei desideri” al Salone internazionale del libro di Torino, 18 maggio 2017, illustrazioni di Anna Lisa Gneri

Chiara: ti va di lasciarci un messaggio in particolare, qualcosa da dire ai bambini.

Luca: più che dire, direi trasmettere. I bambini sono magici, bisogna avere più calma di vedere questa magia in loro e riuscire così a trasmettergli le modalità per mantenerla viva negli anni. Quando riusciamo a fare questo la parte magica e creativa rimane in loro accompagnandoli verso la libertà di pensiero nella loro vita.                                                                 La tecnologia ha i suoi vantaggi basta che non sostituisca la sana creatività che realizza ciò che prima è stato nell’immaginazione. Questa estate ho pensato di scrivere proprio un libro che tratti questi cambiamenti tecnologici che ci sono stati negli anni nel mondo dei bambini, se uno di questi giorni mi viene l’intuizione giusta lo inizio a scrivere. Ci penso sempre bene prima di iniziare a scrivere perché nelle parole c’è molta responsabilità, specialmente nella letteratura per l’infanzia. I bambini sono tutti un terreno fertile su cui piantare. Le parole che usiamo per i bambini hanno una grandissima importanza.                    I genitori e chi lavora con i bambini è giusto che sappiano che le parole sono energia in grado di agire nei pensieri; sia quelle dei libri che si comprano ai figli sia quelle che si dicono a voce hanno tutte una grande potenza sullo sviluppo delle nuove generazioni. Siamo in un periodo storico di grandi cambiamenti sotto tutti i punti di vista, alcuni cambiamenti sono visibili altri meno, tuttavia ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa per aiutare la Terra dove siamo nati. Così mi sono chiesto cosa potessi fare per migliorare questo mondo e un giorno ho riflettuto su una frase del Dalai Lama:                                                                                                                                                                                                                                               “Se ad ogni bambino di 8 anni venisse insegnata la meditazione,                                             riusciremmo ad eliminare la violenza nel mondo entro una generazione”

Io in verità conoscevo già la meditazione, l’avevo imparata e sperimentata su di me nel corso degli anni, così ho avuto un’intuizione: unire tutti gli insegnamenti ricevuti con le favole che scrivo. Le favole sono uno straordinario mezzo attraverso il quale i bambini possono chiudere gli occhi iniziando a usare la loro immaginazione e, se guidati da qualcuno, possono anche riuscire a meditare e rilassarsi in un modo davvero sorprendente. Così, nel 2016 ho iniziato a diffondere dei progetti unendo il rilassamento e la meditazione con la lettura di favole nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole elementari. Gli incontri sono sempre stati sopra le mie aspettative dato che i bambini sono molto più veloci, spontanei e naturali degli adulti. La cosa più bella è vedere i disegni delle immagini che riescono a vedere durante i momenti di rilassamento a occhi chiusi. In più, in seguito, sono diventato istruttore MISA, un’associazione internazionale che promuove il massaggio tra bambini e le buone relazioni nelle scuole di tutto il mondo. Io, nel ruolo di istruttore, insegno alla maestra i quindici movimenti che costituiscono il protocollo di massaggio. I bambini guardando imparano e poi lo ripetono tra loro senza che nessun adulto tocchi direttamente i bambini. Ho conosciuto di persona la fondatrice Sylvie Hétu e ammetto che ha creato un protocollo davvero geniale per favorire le buone relazioni e una nuova modalità di interagire e comunicare.

Chiara: Luca, ci racconti una curiosità della tua infanzia?

Luca: ti racconterò una cosa originale, Luca da bambino sentiva un forte legame con Bruce Lee, il noto attore praticante di arti marziali, senza sapere tanti perché ho sempre voluto una sua foto in camera mia. Durante la vita ho cercato delle risposte e dopo anni ho capito che Bruce era prima di tutto un grande culture della filosofia e della psicologia; evidentemente da bambino sono rimasto affascinato dal suo modo di unire la profondità delle arti marziali con l’amore per la vita e la filosofia. Negli anni ho anche praticato diverse arti marziali fino a quando ho scoperto il Wing Tsun, senza sapere che è lo stile che Bruce Lee praticò da ragazzo. Rientrato da Londra in toscana pochi mesi fa ho conosciuto Niccolò Taliani, un maestro che insegna Wing Tsun a grandi e piccini. Riconosco in lui, come riconobbi in Bruce Lee, anche un grande amore per la filosofia e la psicologia e chissà, magari in futuro faremo qualcosa insieme per i bambini unendo meditazione, favole e Wing Tsun, potrebbe essere per loro una straordinaria opportunità di crescita a 360 gradi.

Chiara: progetti futuri?

Luca: a Ottobre pubblicherò il mio quarto libro per grandi e piccini “Volami Accanto”, edito da Edigiò. Sarà una magica storia tra un bruco e una formica ambientata in una casa. Un racconto di un’amicizia impossibile che attraverso una serie di colpi di scena ci dimostrerà i valori e la potenza dell’amicizia.                                                                     Attualmente sto lavorando anche ad altri tre libri:                                                                               – Una storia che parla di un bambino, di una coccinella e dei sette segreti della fortuna. Sarà un testo per grandi e piccini completamente innovativo contenente una favola abbinata a dei giochi psicologici.

– Un libro scritto a quattro mani con Vanessa Salmoiraghi, una cara amica di Milano. Sarà un testo di favole guidate abbinate a un dvd, un’avventura sciamanica fra un bambino e un’aquila, contenente rilassamenti da leggere o ascoltare ad occhi chiusi.

– Un libro che attraverso una favola spiega ai bambini l’importanza del presente, contrapposto ad un lontano passato e a un lontano futuro.

La Nazione, mercoledi 22 febbraio 2017
La Nazione, mercoledi 22 febbraio 2017

Una bella notizia del 2017:

Il libro “La Stella della Fantasia” è arrivato grazie a un angelo chiamato Michela in Africa nel villaggio di Ve Deme, Ghana, come regalo a un gruppo di bambini che stanno aspettando la costruzione di una scuola.                                                                                                                                Per leggere l’articolo: http://www.michiwipi.com/2017/08/15/la-stella-della-fantasia/

 

Luca Doveri e due delle sue opere
Luca Doveri e due delle sue opere

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervista: STEFANO TOMMASI “El universo se crea en el ojo del que mira”

Stefano Tommasi è un fotografo che vive a pieno la fotografia come arte narrativa e interpretativa al tempo stesso.

Nel suo lavoro prendono forma sogni e visioni o forse una realtà nuova, dove a essere portata alla luce è la poesia.

Così le immagini, a volte sfiorate dalle parole, incantano lo spettatore. Perdersi a guardare le sue fotografie è un’esperienza intensa, interiore e sensoriale insieme. Il processo creativo costruisce il concetto che prende forma nello scatto.

“There are Things Here Not Seen in This Photograph”: scrisse Duane Michals sopra ad una sua nota fotografia e queste parole potrebbero essere scritte anche sulle foto di Stefano Tommasi.

La fotografia non è più, in questo caso, il frutto di un’istante rubato ma rappresenta il risultato di un progetto che affonda le sue radici nella storia stessa dell’artista e nella sua visione del mondo.

Nelle opere di Stefano Tommasi gli sfondi, anche quando sono spazi chiusi, sembrano aprirsi diventando prospettive da percorrere, inviti a uscirne per ritrovarsi in uno spazio che non è più racchiuso ma aperto, come il messaggio offerto. Persone, cose o elementi naturali sono tutti caratterizzati da uguale forza narrativa e intensità espressiva in quanto svelati nella loro dimensione surreale.

Stefano Tommasi ha una formazione originale e poco convenzionale dettata dal talento e dalla passione che lo ha portato a ricevere premi in Italia e all’estero e a occuparsi di varie forme d’arte come la danza e il teatro. Oltre ai prestigiosi riconoscimenti ricevuti, l’artista è impegnato in mostre e esposizioni in Italia e all’estero.

https://stefanotommasi.com/

C: quello che fai inquadra letteralmente la realtà da un punto di vista poetico. Sei sempre stato in grado di farlo, fin da bambino?

S: la mia, è stata un’infanzia che definirei intima e libera: non ho frequentato l’asilo, non mi piaceva stare assieme ad altri bambini. Non amavo la condivisione, nemmeno dopo, alle scuole elementari.

Giocavo da solo e sognavo, in giro per il mio piccolo borgo e nei boschi rassicuranti e pieni di magia.

I miei mi lasciavano fare. Ero felice e quieto. Crescendo, la poesia si è un po’ assopita per molti anni, fin quando è, inaspettatamente, riapparsa; come un sogno che torna alla mente.

E tutt’ora mi accompagna.

Io e Me
Io e Me

C: ricordi il tuo primo incontro con una macchina fotografica?

S: mio padre ha sempre avuto un’indole artistica: è stato per molti anni musicista e parallelamente ha coltivato la passione per la fotografia.

I nostri anni (miei e di mia sorella, di 2 anni più grande), sono stati dolcemente raccontati dalla macchina fotografica di papà. Ho sempre visto e toccato macchine fotografiche da che mi ricordi. Nonostante ciò, non avevo ancora passione per la fotografia e quindi, per rispondere correttamente alla tua domanda, ti dico che il primo incontro con la macchina fotografica l’ho avuto con me stesso, quando ho capito di averne bisogno per esprimermi senza dover parlare.

Rational dream Stefano Tommasi
Rational dream Stefano Tommasi

C: offrire corsi di fotografia agli studenti già a scuola potrebbe essere un modo di arricchire la formazione?

S: non  saprei. Personalmente, ritengo piuttosto inutili i corsi fotografici. Sia a scuola che in genere.

So di essere impopolare nel dire questo. Io stesso ne tenevo nel recente passato, probabilmente senza nemmeno averne la piena consapevolezza. Credo che la fotografia contemporanea non abbia molto da insegnare. Parlo a livello tecnico. I migliori fotografi che conosco, non sanno molto di fotografia. Non sono traviati, usano il mezzo per esprimere le proprie emozioni, la propria visione del mondo esteriore e, talvolta, interiore. Offrirei corsi di educazione al bello.

Autoritratto d'inverno
Autoritratto d’inverno

C: le tue foto raccontano storie che non si esauriscono nel momento che la foto ritrae, invitano a immaginare un prima e un dopo. Ricerchi sempre questa dimensione? 

S: la mia fotografia ha un approccio fondamentalmente emotivo/istintivo.

Sono spesso immagini “sospese”, in bilico tra prima e poi.

So che può sembrare un concetto piuttosto mistico, ma è così che nascono le idee: mi bussano alla porta ed io non devo far altro che farle entrare, e ritrarle. Amo quando accade che, anche solo ad una singola persona, una mia fotografia ha stimolato una curiosità, un’ emozione, un ricordo. Qualcosa che è anche un po’ suo.

La neve e le stelle
La neve e le stelle

C: una foto è una lettura della realtà: non è un fatto ma un’interpretazione. Cosa ne pensi?

S: penso che tutto sia interpretativo, la vita stessa lo è.

Senza titolo
Senza titolo

C: Lucca e la Garfagnana sono per te fonte d’ispirazione?

S: la Garfagnana senz’altro.Ho bisogno di solitudine per creare i miei lavori. Scenari onirici naturali. In questo, la Garfagnana è un paradiso. Non ho mai vissuto molto a lungo in luoghi opposti. Forse troverei altre ispirazioni, forse no.

C: come definisci la fotografia concettuale?

S: concettualmente indefinibile.

I sogni della mente
I sogni della mente

C: esiste un fotografo al quale ti ispiri di più?

S: esiste un fotografo meraviglioso che ho conosciuto soltanto 2 anni fa, ed è Duane Michals. Una cara amica mi disse che le mie fotografie le ricordavano quel fotografo, così l’ho cercato: sono rimasto a bocca aperta dalla forza emotiva delle sue opere ed anche alla vicinanza con il mio sentire. Posso dire che io sia stato ispirato da Duane Michals prima ancora di conoscerlo.

C: come è nata l’idea dei tuoi autoritratti?

S: dalla necessità e desiderio di esprimere la mia visione del mondo, sia onirico che reale. Che poi, è la stessa cosa.

 

PolaroidportraitSmall
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C: foto e parole sono spesso insieme nei tuoi lavori: esigenza o gioco creativo?

S: talvolta, le immagini non sono sufficienti per esprimere un concetto. Hanno bisogno di una “spinta”, di una colonna sonora sussurrata. Direi che sia un’ esigenza ma anche desiderio di sperimentare. A volte le immagini parlano da sole, a volte le parole creano fotografie, altre volte si incontrano, al centro.

Intervista: DARIUSH “sul bordo di una rosa”

Un uomo e una donna che si abbracciano rappresentano un centro del mondo.

Un centro da cui tutto ha inizio per esplodere in forme e colori.

Amore in una naturale purezza di abbracci che si offrono a chi guarda come “una farfalla al mezzogiorno”.

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Le coppie di Dariush, gli animali, come cavalli e gatti, prendono forma dall’infinita molteplicità e paiono sul punto di fondersi di nuovo, un attimo dopo, nel vortice eterno del tempo: quell’abbraccio o quella posa, li avrà cambiati fino alla loro profondità, per sempre.

Come si può amare l’altro? Solo una sua parte è concessa: conoscenza e comprensione, come siamo soliti intenderle, sono parziali:

ho amato un quarto di una donna

scrive Dariush, in uno dei suoi libri.

Un pensiero capace di ricordare, tra gli altri,  Pessoa, che ne  Il libro dell’Inquietudine scrive:

due persone dicono reciprocamente “ti amo” o lo pensano, e ciascuno vuol dire una cosa diversa, una vita diversa, perfino forse un colore diverso o un aroma diverso, nella somma astratta di impressioni che costituisce l’attività dell’anima.

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 L’incontro vero …quando è possibile?

Resta desiderio illusorio o è per noi possibile viverlo tra gli istanti che susseguendosi spiegano la nostra vita?

C’è il rischio di diventare pezzi in un puzzle dal disegno già stabilito.

La nostra libertà creativa può esprimersi davvero costruendo, come si fa con il gioco delle costruzioni, qualcosa che noi abbiamo pensato e progettato, autonomamente.

Così è necessario agire, afferma Dariush: “LEGO” e non puzzle, mattoncini componibili con cui dare forma e significati.

Quello di Dariush è uno stile che affonda le sue radici nella cultura mitologica e artistica persiane.

Dariush è  un pittore nato a Teheran e vissuto  in Francia e Italia, dalla formazione artistico-culturale complessa e ricca.  Le sue opere aprono a tempi e spazi lontani. Come porte aperte su un’altra dimensione dell’esistere i suoi lavori ricordano che la realtà che ci circonda non è schiacciata nel presente e in quello che crediamo di vedervi. Vi si schiudono visioni e prospettive nuove, inedite e sorprendenti.

La dimensione che abitiamo ha radici nel tempo ed è portatrice di differenti significati.

Sorrisi  luminosi irradiano un gioioso senso di libertà.

I lavori di questo artista, che ha raccolto innumerevoli e prestigiosi riconoscimenti in Italia e all’estero, si trovano in varie nazioni ma anche a Lucca,  alla Galleria L’Arte, curata da Pierluigi Puccetti. Le opere riportate in questa pagina sono tutte litografie realizzate da Angeli e si trovano alla Galleria l’Arte.

http://www.lartelucca.it/?file=kop4.php

 

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Chiara: Teheran, tutto comincia a Teheran, in un luogo che fino al 1979 si poteva chiamare Persia.

Dariush:   io sono un persiano di Iran. l’ Iran è un luogo pieno di differenze che vivono insieme da migliaia di anni in un modo che non si ritrova in nessun altra parte del mondo.  In Persia ci sono settantadue diverse appartenenze etnico-religiose: azeri di Iran, baluchi di Iran, kurdi di Iran, urdi di Iran, gilaki di Iran, ebrei di Iran, armeni di Iran, zarathustriani di Iran, africani fuggiti dalla schiavitù, due ceppi di cinesi rimasti lì dalla via della seta, discendenti di Alessandro Magno, turkmeni di Iran e molti altri.

I Persiani sono sempre stati molto noti per il loro senso dell’ospitalità, non è facile pagare un persiano perché vorrà sempre ospitarti gratis.  In Persia, tutto ciò,  si chiama proprio “l’arte di vivere insieme” una particolare abilità nel tenere insieme, in pace e collaborazione reciproca, appartenenze etniche e religiose molto diverse tra loro.

Chi arriva da fuori, una volta in Persia, riesce a farla propria.

 

Chiara: come era la scuola a Teheran quando eri piccolo?

Dariush: le differenze con la scuola di oggi sono innumerevoli. Stiamo parlando di ben cinquanta anni fa e ci sarebbero molte cose da dire. A scuola si faceva molto artigianato, in particolar modo vicino alle feste o alle ricorrenze. Io ero considerato il migliore in questo genere di attività e venivo premiato. A Pasqua, una volta ho vinto in premio sedici uova. Con i miei amici ne mangiai così tante che dovetti andare dal dottore! Spesso a scuola dovevamo creare oggetti, come gli aquiloni o tante altre cose che poi facevo anche per gli amici. A scuola c’era molto artigianato, coloravamo tutto, anche scatole di fiammiferi. A Teheran tutti i bambini andavano a scuola, fuori dalla capitale meno. Nella generazione dei miei genitori c’erano molti intellettuali e poco analfabetismo, mio padre ha studiato come generale in Francia, per esempio.

 

 Chiara: cosa la ha spinta a cominciare a dipingere?

Dariush: avevo bisogno di guadagnare, mi dedicavo all’arte decorativa e al disegno industriale in Persia, guadagnavo ventidue volte lo stipendio di un operaio ma ho lasciato perché sentivo di avere bisogno di fare qualcosa che mi appassionava di più. Sono venuto a Firenze e mi sono iscritto a architettura, ma facevo anche belle arti e scultura, con Berti e Farulli. Farulli mi fu indicato da un mio professore persiano che aveva studiato a Roma. In quegli anni ero molto attivo nel sindacato degli studenti, occupandomi delle rappresentazioni teatrali. Ho utilizzato molte volte le storie di Behrangi o di Brecht per fare teatro negli anni ’70. Costruivo maschere e marionette, lavoravo in uno spettacolo ispirato alla breve storia dello scrittore iraniano Samad Behrangi, The Little Black Fish. Dario Fo, vedendo che ero un buon artigiano mi chiese di lavorare con lui. Io non parlavo bene italiano ma a lui piaceva molto ciò che realizzavo. I temi dello spettacolo erano la ribellione all’ingiustizia e alla prepotenza, si trattava del capodanno 1976. Avevo realizzato un Unicorno. Ho portato in giro questo spettacolo quando avevo venticinque anni, da Napoli a Sanremo per trenta volte, sempre in piazza. Il linguaggio era molto popolare e provocatorio.

A me non è piaciuto mai restare confinato in un solo  campo, ho sempre preferito spaziare tra varie forme artistiche, in molti rami. A Firenze dipingevo opere che vendevo a genitori di iraniani che vivevano lì. Poi a Nizza ho iniziato a lavorare alla galleria Ferrero, dove c’erano degli originali di Chagall. Prima di allora mi dicevano che facevo cose troppo classiche. Ma nel 1979, quando ormai avevo deciso di tornarmene in Persia, Ferrero volle comprare tutti i miei lavori. Da lì lavorai sempre con lui che apprezzò tutto quello che avevo fatto fino a quel momento, anche i disegni sulle mitologie persiane. Fu Ferrero a consigliarmi di andare a Lucca a creare litografie, un’arte che pochi sapevano fare bene. Non conoscevo Lucca e in estate sempre del ’79 ho iniziato a lavorare con Giuliano Angeli, in via della Zecca, nelle litografie. Ho lavorato lì per 35 anni. Poi purtroppo chiuse perché iniziarono a diffondersi tecniche di riproduzione digitali e molto meno artistiche e specializzate. Quando Angeli lavorava, la sua intera famiglia era specializzata e impegnata nel lavoro delle litografie, tanto grande era l’applicazione che richiedeva questa specializzazione. Talvolta occorreva un’intera settimana per realizzare una litografia e il costo era necessariamente alto. Si trattava del tempo e del ritmo ormai perduto delle piccole botteghe artigiane. Come paragonare i cavalli alle Ferrari. Inizialmente io facevo litografie su “Lettere di re”, un antichissimo libro mitologico persiano, tradotto anche in cinese, che raccoglie storie di 5000 anni fa in sette volumi. Io allora facevo lavori su questo libro ma non piacevano molto agli acquirenti e allora lavoravo con l’astrologia, facendo illustrazioni astrologiche oppure decoravo e realizzavo i certificati dei tappeti persiani. I tappeti persiani di grande pregio sono sempre accompagnati da un certificato decorato artisticamente che ne riporta i dati principali.

Chiara: a quel punto si è dedicato sempre alla pittura?

Dariush: avevo voglia di fare qualcosa di diverso; io scrivo persiano, francese e italiano. Così ho iniziato a scrivere libri, tra i quali uno è tradotto in Italiano e si chiama “1,2,3…”. Mi occupo anche di numerologia, a modo mio. Scrivo storie bizzarre.

Chiara: un libro onirico, di visioni, simbolico con illustrazioni pregiate. Leggo la prima riga

I sogni sono passeggeri come il vento

e poi vado avanti…

Amo il tempo

tempo che non capisco

vado avanti e posso cogliere nel libro una visione del tempo che diventa mistero, che fluisce

non uguale

non è neanche simile, paragonabile, adesso

L’amata respira come

come il movimento di una farfalla

sul bordo di una rosa

prima di partire

E poi la vita umana è mistero

quasi corro per risalire sul treno

mi ricordo del tunnel, nero

e bianco.

Ma io non mi rammento più se sto

partendo o tornando.

 

 

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Chiara: Sepheri, uno dei più grandi pittori e poeti iraniani suggerisce che dovremo piuttosto nuotare nell’incanto della rosa invece di cercare di capirne il segreto.

Dariush: per avvicinarci a questo grande poeta è importante ricordare dove è nato.  Nacque e visse a Kashan in una bellissima città al bordo del deserto persiano. Il Dasht-i-Lut è un enorme e arida distesa salata e desertica.  Non è come il deserto dell’Arabia Saudita dove dentro ci sono gazzelle e animali di ogni tipo ma più aspro e più estremo. Tuttavia, negli anni 50 hanno fatto un censimento e vi hanno trovato dentro più di mille villaggi che non sapevano nulla di quello che accadeva nel resto dell’Iran, conoscevano solo la mitologia, come le già citate “Lettere dei re” tramandate oralmente.   Sepheri fu un artista molto popolare e utilizzò un linguaggio semplice. In alcune delle sue opere ci ricorda di non sporcare l’acqua perché forse un vecchio metterà lì il suo pane per ammorbidirlo oppure una madre potrebbe utilizzarla per dissetare suo figlio.

Chiara: oggi ci fanno credere di vivere in un mondo minacciato dallo scontro tra occidente e oriente.

Dariush:  l’uno non può stare senza l’altro. Ho sempre pensato che ci siano due tipi di economia, una di pace e una di guerra.

In seguito alla seconda guerra mondiale l’economia di guerra si è sviluppata sempre di più. La gente, nei più svariati modi, ha dimostrato di non volerla ma non è stata ascoltata.

Chiara: i personaggi delle sue opere guardano il mondo come immersi in un universo fuori dal tempo e hanno lo stupore dei bambini.

Dariush: la mia specialità è la matematica, io prendevo sempre 30 e lode a architettura, senza studiare. La matematica dà certezza, io volevo diventare pittore per guadagnare un po’ e dovevo disegnare in un certo modo per dare forza ai personaggi. Io non ho rappresentato le ombre, non ho dato molto movimento alle opere. Il mio capolavoro è il seno. Il collo è diritto. Queste caratteristiche hanno portato le mie opere un po’ fuori della dimensione carnale. Il naso non lo realizzo se il volto è di fronte e gli occhi sono ben aperti. Purezza. In un certo periodo ho osservato  i lavori di altri come Manfredi, o Guttuso, rendendomi conto che i miei nudi sono innocenti e per nulla volgari. Io cerco di disegnare il nudo con una purezza simile a quella, per intenderci, che sono in grado di esprimere gli indigeni dell’Amazzonia nelle foto che li ritraggono, svestiti e naturali.

Anche Modigliani è andato in questa direzione, porta fuori dalla realtà i corpi che rappresenta ed è un mistero come sia arrivato a poterlo fare.

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ZERVOS-PICASSO: quando un uomo ama una donna

In questa conversazione con il critico d’arte Christian Zervos (Argostoli 1889Parigi 1970), Picasso parla d’arte.

Zervos, collezionista ed editore d’arte francese di origine greca, ha dedicato ampia parte della sua vita alla stesura di un catalogo ragionato sull’opera di Picasso che tratta di gran parte delle sue opere note.

Per ragioni di spazio non è stata riportata la conversazione integrale ma una sua significativa parte.

Picasso drawing with Paloma and Claude at Villa la Galloise, 1953. By Edward Quinn/© EdwardQuinn.com.
Picasso drawing with Paloma and Claude at Villa la Galloise, 1953.
By Edward Quinn/© EdwardQuinn.com.

Picasso: “possiamo cercare di adattare all’artista la battuta di quell’uomo che diceva che non c’è nulla di più pericoloso degli strumenti di guerra in mano ai generali. Allo stesso modo nulla è forse più pericoloso della giustizia in mano ai giudici e dei pennelli in mano ai pittori!

Immaginate il pericolo per una società! Ma oggi non abbiamo lo spirito per bandire i poeti e i pittori, perché non abbiamo più idea del danno di tenerli in città. Per mia disgrazia e forse per mio diletto organizzo le cose secondo le mie passioni. Che cosa triste per un pittore che ama le bionde negarsi il piacere di metterle nel quadro perché non vanno bene con il cesto della frutta!

Che miseria per un pittore che detesta le mele doverle usare continuamente perché armonizzano con la tovaglia!

Io metto nei miei quadri tutte le cose che amo.

Tanto peggio per le cose, devono andare d’accordo le une con le altre.

Prima di ora i quadri arrivavano a essere completi progressivamente. Ogni giorno portava qualcosa di nuovo. Un quadro era una somma di addizioni.

Con me un quadro è una somma di distruzioni. Io faccio un quadro e poi proseguo per distruggerlo.

Ma alla fine nulla è perduto: il rosso che ho tolto da una parte appare in un altra.  Penso che sarebbe molto interessante registrare fotograficamente non le varie fasi di un dipinto ma le sue metamorfosi. Si potrebbe vedere forse per quale via una mente trova la sua strada fino alla cristallizzazione del suo sogno.

Ma ciò che è realmente molto curioso è vedere che il quadro non cambia in modo basilare, ma che la visione iniziale rimane quasi intatta a dispetto delle apparenze.

(…)

Il quadro non è pensato e deciso in precedenza, piuttosto segue la mobilità del pensiero mentre viene eseguito.

Una volta finito, cambia ancora secondo lo stato d’animo di chi lo sta guardando. Un quadro vive la sua vita come una creatura viva, subendo i cambiamenti che la vita impone giorno per giorno. Ciò è naturale perché un quadro vive solo attraverso chi lo guarda.

Quando sto lavorando a un quadro, penso al bianco e uso il bianco. Ma non posso continuare a lavorare, pensare e usare il bianco: i colori, come i lineamenti, seguono i mutamenti dell’emozione.

(…)

Voglio sviluppare l’abilità di fare un quadro in modo che nessuno possa vedere come è stato fatto.

A quale scopo?

Quello che voglio è che un quadro susciti solo emozione.

(…)

Quando si fa un quadro spesso si scoprono cose belle.

Si dovrebbe badare a queste cose, distruggere il proprio quadro, ricrearlo molte volte. A dire la verità quando si distrugge qualcosa di bello, l’artista non lo sopprime, piuttosto lo trasforma, lo condensa, lo rende più sostanziale.

Il prodotto è il risultato delle scoperte rifiutate.

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Altrimenti si diventa l’ammiratore di se stessi. Non vendo nulla a me stesso.  In realtà si lavora con pochi colori. Quel che dà l’illusione che siano molti è che sono stati messi al posto giusto. L’arte astratta è solo la pittura: e il dramma? Non vi è arte astratta.

Bisogna sempre cominciare con qualcosa. Bisogna allora togliere ogni apparenza di realtà, non si corrono rischi perché l’idea dell’oggetto ha lasciato un impronta indelebile. È la cosa che ha risvegliato l’artista, ha stimolato le sue idee, eccitato le sue emozioni. Idee e emozioni saranno alla fine prigioniere del suo lavoro; qualunque cosa facciano, non potranno fuggire dal quadro: ne saranno parte integrale, anche quando la loro presenza non è più riconoscibile.

Gli piaccia o no, l’uomo è lo strumento della natura: essa impone su di lui il suo carattere, la sua sembianza.

(…)

Non ci si può opporre alla natura. È più forte del più forte degli uomini! Noi tutti abbiamo ogni interesse di essere in buoni rapporti con essa. Possiamo permetterci una certa libertà ma solo nei dettagli.

Inoltre non vi è un’arte figurativa e una non figurativa.

Ogni cosa ci appare sotto forma di figure. Anche le idee metafisiche sono espresse con figure, perciò potete capire quanto assurdo sarebbe pensare alla pittura senza immagini di figure.

Una persona, un oggetto, un circolo sono figure; agiscono su di noi più o meno intensamente.

Alcune volte sono più vicine alle nostre sensazioni, producono emozioni che riguardano le nostre facoltà affettive; altre riguardano più particolarmente l’intelletto. Devono essere accettate tutte perché il mio spirito ha bisogno di emozioni quanto i miei sensi. Pensate che mi interessi che questo quadro rappresenti due persone? Queste due persone esistevano una volta, ma ora non esistono più. La loro visione mi dava un’emozione iniziale, a poco a poco la loro presenza reale fu oscurata, esse divennero per me una finzione, poi scomparvero, o piuttosto si trasformarono in problemi d’ogni sorta. Per me non sono più due persone, ma forme e colori, capite?

Forme e colori che però racchiudono l’idea delle due persone e conservano la vibrazione della loro vita.

Io mi comporto con la mia pittura come mi comporto con le cose.

Dipingo una finestra proprio come guardo attraverso una finestra. Se questa finestra quando è aperta non appare bella nel mio quadro, tiro una tenda e la nascondo come avrei fatto nella mia stanza.

Bisogna agire in pittura come nella vita, direttamente.

 

In realtà la pittura ha le sue convenzioni, delle quali è necessario tener conto, poiché non si può fare altrimenti.

Per questa ragione bisogna aver sempre davanti agli occhi il vero aspetto della vita. L’artista è un vero ricettacolo di emozioni venute da non importa dove: dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta, da una figura che passa, da una ragnatela. Ecco perché non bisogna fare discriminazioni tra le cose. Tra esse non vi è rango. Bisogna prendere la propria parte di buono dove si trova, eccetto che nei propri lavori. Ho l’orrore di copiare me stesso, ma non ho esitazioni, quando mi è mostrata una cartella di vecchi disegni, a prendere da essa tutto quello che voglio.

Quando inventammo il cubismo, non avevamo intenzione di inventare il cubismo ma semplicemente di esprimere ciò che era in noi.  Nessuno tracciava un programma di azione, e sebbene i nostri amici poeti seguissero attentamente i nostri sforzi, essi non si imposero mai a noi. I giovani pittori d’oggi spesso si preparano a un programma da seguire e sul quale fare affidamento come bravi scolaretti. 

Il pittore passa da stati di pienezza ad altri di vuoto. 

Questo è tutto il segreto dell’arte. Faccio un viaggio nel bosco di Fontainebleau: là faccio indigestione di verde. Devo mettere questa sensazione in un quadro.

Il verde vi domina.

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Il pittore dipinge come se avesse un urgente bisogno di scaricarsi delle sue sensazioni e delle sue visioni.

Gli uomini se ne impossessano come di un mezzo per coprire un poco la loro nudità. Prendono quello che possono e come possono.

Io credo che alla fine non prendano nulla; molto semplicemente si tagliano un cappotto sulla misura della loro stessa incomprensione.

Essi creano a loro immagine ogni cosa: dal Creatore al quadro.

Ecco perché il fissare confini precisi è distruttore per la pittura.

Il quadro ha sempre una certa importanza, almeno quella dell’uomo che lo ha fatto.

Il giorno in cui è comprato e appeso alla parete acquista un’importanza d’altro genere ed è per questo che il quadro è fatto. L’insegnamento accademico della bellezza è falso.

Noi siamo ingannati, ma così bene ingannati che è impossibile recuperare perfino l’ombra della verità. Le bellezze del Partenone, il Vesuvio, le Ninfe, i Narcisi sono altrettante bugie. L’arte non è un’applicazione del canone di bellezza, ma ciò che l’istinto e la bellezza possono concepire indipendentemente dal canone. Quando un uomo ama una donna, non prende gli strumenti e la misura, l’ama con desiderio, per quanto sia stata fatta ogni cosa per mettere il canone perfino all’amore.

A dire il vero il Partenone non è altro che una fattoria con il tetto: colonne e sculture furono aggiunte perché c’era gente ad Atene che lavorava e voleva esprimersi.

Non è ciò che l’artista fa che conta ma ciò che egli è.

Cézanne non mi avrebbe mai interessato se avesse vissuto e dipinto come Jacques-Emile Blanche, anche se la mela che dipinse fosse stata dieci volte più bella Ciò che ci interessa è la non facilità di Cézanne, il vero insegnamento di Cézanne, i tormenti di Van Gogh, cioè il dramma dell’uomo. 

Il resto è falso.

Ognuno vuol capire la pittura. Perché non vi è alcun tentativo di capire il canto degli uccelli?

Perché si ama una notte, un fiore, tutto ciò che circonda un uomo senza cercare di capirlo tutto? Mentre per la pittura si vuole capire. Fate che si capisca che l’artista lavora per necessità, che è egli pure un elemento minimo del mondo, al quale non si dovrebbe dare maggiore importanza di quanta se ne dà alle molte cose naturali che ci affascinano ma che non ci spieghiamo.

Coloro che cercano di spiegare un quadro sono quasi sempre sulla strada sbagliata.

Gertrude Stein qualche tempo fa mi annunciò gioiosamente che aveva finalmente capito che cosa rappresentava un mio quadro: tre musicisti. Era una natura morta!

Come potrebbe un mio spettatore vivere un mio quadro come lo vissi io?

Un quadro viene a me da molto lontano, chissà quanto lontano, io lo sentii, lo vidi, lo feci e tuttavia, il giorno dopo, io stesso non vedo quello che ho fatto.

Come può una persona penetrare i miei sogni, i miei desideri, i miei istinti, i miei pensieri, che hanno impiegato tanto tempo per elaborarsi e portarsi alla luce; soprattutto come può cogliere in essi quel che io ne ho fatto, magari contro la mia volontà. 

Eccetto alcuni autori che stanno aprendo nuovi orizzonti alla pittura, i giovani d’oggi non sanno più dove andare. Invece di prendere le nostre ricerche per reagire contro di noi, si dedicano a rianimare il passato. Tuttavia il mondo è aperto davanti a noi, ogni cosa è ancora da farsi e non da rifarsi.

(…)

Non sono un pessimista, non disdegno l’arte, poiché non posso vivere senza dedicare a essa tutte le mie ore. L’amo come l’intero fine della mia vita.

Tutto quello che faccio in relazione alla mia arte mi dà una gioia tremenda.

(…)

Abbiamo imposto sui quadri dei musei tutte le nostre stupidità, i nostri errori, le pretese del nostro spirito. Di essi abbiamo fatto povere, ridicole cose.  Ci aggrappiamo ai miti invece di intuire la vita intima degli uomini che li hanno dipinti.

(…)

Si dovrebbe fare una rivoluzione soprattutto contro il buon senso. Il vero dittatore sarà sempre conquistato dalla dittatura del buon senso. …Forse no”.

fonte: C. Zervos, Conversation with Picasso, in Adriano Pagnin, Stefania Vergine, Il pensiero creativo, La Nuova Italia, Firenze, 1974, pag. 133-140.

IL PENSIERO CREATIVO: una lettera di W.A. Mozart

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Johannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart (Salisburgo, 27 gennaio 1756 – Vienna, 5 dicembre 1791) compositore e pianista, creatore di opere musicali straordinarie, in questa lettera cerca di rendere l’idea del processo creativo che lo porta a comporre.

Si tratta di una missiva attribuita a Mozart, indirizzata al “Baron V” dove il grande artista scrive, in apertura:

 “I now come to the most difficult part of your letter, which I would willingly pass over in silence, for here my pen denies me its service. Still I will try, even at the risk of being well laughed at. You say you should like to know my way of composing, and what method I follow in writing works of some extent. I can really say no more on this subject than the following, for I myself know no more about it, and cannot account for it”.

Prosegue:

“Quando sono, per così dire, completamente me stesso, totalmente solo, e di buon umore, (mentre viaggio in carrozza, mentre passeggio dopo un buon pasto, o durante la notte quando non riesco a prendere sonno), è proprio in tali occasioni che le mie idee fluiscono meglio e più numerose.

“Donde” e “come” giungono, io non so; e neppure posso forzarle.

Quelle che mi piacciono le trattengo nella memoria, e solitamente, sono abituato a mormorarle a me stesso. Continuando in questo modo, prima o poi mi viene in mente come fare di questo o quel boccone un buon piatto, seguendo le regole del contrappunto, le  caratteristiche dei vari strumenti, ecc.

Tutto ciò mi infiamma l’anima, e se non sono disturbato, il soggetto si ingrandisce, diventa definito ed organizzato, e tutto l’insieme, anche se lungo, si dispone e resta quasi completo e finito nella mia mente: in modo che, in un unico sguardo, lo posso contemplare come un bel quadro od una bella statua.

Nella mia mente, non odo le sezioni in successione, ma addirittura le odo contemporaneamente (gleich alles zusammen). Che gioia sia per me tutto ciò non posso descriverlo! Tutto questo inventare, questo produrre, avviene come in un piacevole e vivido sogno, ma il momento più bello rimane quando sento tutto risuonare insieme (“tout ensemble”).

Non dimentico facilmente tutto quanto abbia preso forma in me in tal modo; e forse questo è il più bel dono per il quale io debbo gratitudine al mio divino Creatore.

Quando poi debbo scrivere le mie idee, estraggo dalla borsa della mia memoria, se mi è lecito usare questa espressione, ciò che vi ho riposto nella maniera che vi ho prima descritto.

Per questa ragione fissare il tutto sulla carta  diventa un’operazione assai veloce.

Come ho già detto, tutto è già compiuto, e raramente ciò che appare sulla carta differisce da quello che si era formato nella mia immaginazione.

In questa fase posso anche soffrire di essere disturbato, ma qualunque cosa avvenga intorno a me, che io parli di oche o di volatili, di Gretel o di Barberina, o di altri simili discorsi, io scrivo e resto in un mondo fantastico.

Ma la ragione per cui, le mie composizioni, dalle mie mani, assumono quella particolare forma e lo stile che le rende “Mozartiane”, e perciò diverse da quelle di altri compositori, è probabilmente dovuta alla stessa causa che rende il mio naso così grande ed aquilino, differente da quello di altra gente: io  non tendo nè miro ad alcuna originalità.”

                                                               mozz

 Fonti:

Edward Holmes, The Life of Mozart: Including his corrspondence, Harper & brothers, New York, 1845, pag. 329.

Pagnin, Vergine, il pensiero creativo, La Nuova Italia, Firenze, 1974, pag. 132-133.

W.A. Mozart, A Letter, in B. Ghiselin, The Creative Process,  University of California Press, Los Angeles, 1952, pp. 44-52

https://archive.org/stream/creativeprocessa013702mbp/creativeprocessa013702mbp_djvu.txt

Intervista: MAURO TIBERI “filosofia della musica”

Di cosa avete letto questa estate?

Quali autori hanno accompagnato le vostre benedette, calde ore di sole?Per quanto mi riguarda, il tema dominante è stato la musica e in particolare, il canto. Da lì a ricordare la mia tesi di laurea, dedicata proprio alla voce, il passo è stato breve, anche se quel lavoro risaliva a ben dieci anni fa. Tesi che riguardava la voce e le sue potenzialità espressive.

Il nostro parlare è un atto creativo simile a quello che compie un musicista, parlando o cantando stiamo suonando uno strumento naturale e umano che è unione di corpo e psiche: soggetto che suona e strumento suonato si identificano. Nella voce, unica come ognuno di noi,  si trova ciò che siamo, dalle eredità genetiche alle successive esperienze che hanno caratterizzato la nostra vita.

Si tratta di un messaggio sonoro carico di significati.

In realtà tutto ciò che ci circonda è carico di significati, per chi lo sa ascoltare: il vento e il suo modo di sfiorare le foglie, lo scricchiolìo di una corteccia, l’acqua che massaggia uno scoglio. Tutto racconta. Possiamo connetterci alla dimensione sonora dell’esistenza. Una poesia del poeta Gibran, dai forti legami con il misticismo sufi e divenuta poi canzone interpretata da Fairuz, recita più o meno così:

“Passami il nay e canta perché il canto è il segreto dell’universo e la musica resterà oltre la fine dei tempi”.

E così, a tutti è dato di poter giocare con la voce, comunicando idee, immagini, emozioni, attraverso forme espressive altre, non convenzionali, sul piano fisico, psichico e spirituale.

“Tutto scorre” e anche la voce si modifica in base alle esperienze che viviamo.

Non è mai solo un mezzo informativo dal punto di vista linguistico. E’ comunicazione in senso lato, su più livelli, come la Scuola di Palo Alto insegna ma soprattutto come il nostro “istinto” sa riconoscere. Anche di questo si occupa l’artista che sono molto felice di presentarvi in questa nuova intervista. Per esperienza, posso dire che il lavoro con lui è in grado di schiudere inedite prospettive su se stessi e sull’altro, dove la creatività regna sovrana. Un lavoro profondo, in grado di riconnettere chi lo fa a energie naturali forti e ancestrali. Mauro Tiberi,  è polistrumentista, ricercatore vocale, musicista. Le sua formazione spazia dal canto difonico alla vocalità sacra orientale interessandosi anche di canto indiano negli stili dhrupad, kyal e qawwali  e canto indoeuropeo. Mauro ha fuso le conoscenze provenienti da varie tradizioni artistiche e percorre l’Italia e non solo, per esibirsi come musicista e lavorare con guppi di persone interessate alla sperimentazione di nuove forme espressive.

Da molti anni ha creato e conduce la rassegna “I Canti Misterici” nella basilica di San  Giorgo al Velabro a Roma. http://www.maurotiberi.comphoto.php

 

Da bambino eri già interessato alla musica?

Da bambino mi divertivo a suonare un pianoforte giocattolo Bontempi, poi dopo una chitarrafinta, sempre  Bontempi, su cui componevo canzoni in inglese inventato … (i danni della colonizzazione culturale americana nei primi anni 70). 

Invece, importante segno per il mio futuro, cantavo molto dalla finestra e così mia madre conosceva tantissime signore, inventavo canzoni con le parole … chissà quante cose diciamo, “fantasiose” avrò inventato… però avevano un risultato, vedere  questo bambino di circa 5 anni che cantava dalla finestra aveva destato molto in positivo l’attenzione del vicinato … poi, in seguito, le canzoni, in generale, non le ho mai più particolarmente apprezzate, ho sempre avuto più interesse per la musica strumentale e per un uso strumentale della voce. Tutto questo per dire, si, da bambino ero molto interessato alla musica. 

Quali incontri hanno pesato di più sul tuo percorso artistico?

Sempre da bambino, un incontro importante è stata l’India. 

Nei primi anni 70 mia madre lavorava come commessa in un negozio di oggetti e  stoffe provenienti dall’India e io ho passato tanti pomeriggi a cercare di suonare sitar, tampoure e altri strumenti sconosciuti,  anche mezzi rotti che giungevano  nel negozio. In seguito, quando nella mia vita dopo vari studi e lavori la musica è diventata la mia professione, molto significativi sono stati gli incontri con Michiko Hirayama una ormai molto vecchia grande cantante giapponese e tantissimi altri musicisti. Ma oltre le persone e i professionisti in genere, la cultura di una nazione ha dato l’impulso più importante alla mia visione della musica, al cercare di recuperare la funzione sociale e spirituale di quest’arte che oltre l’ascolto dell’aspetto estetico dei suoni  contiene tantissime altre cose utili alla salute, all’educazione e ad ampliare la visione delle cose. 

Determinante è stato un viaggio di lavoro in Iran che mi ha fatto vivere la funzione sociale delmusicista e, tornato in Italia da quel momento in poi ho  cercato di vivere così la musica. 

Non cercando la “popolarità” per essere chiari quando si  parla di sociale, ma di portare nella società i benefici  educativi che quest’arte riesce a dare  nella crescita spirituale, sociale, etica e fisica  dell’essere umano.

 

Mauro a Mecenate

Il tuo lavoro mira a creare armonia nella persona e di riflesso nella società. Questa finalità nel lavoro con il suono è tipica di molte culture, penso a quella della Mongolia, alla tradizione sufi, ma anche a quella della Grecia antica con i riti misterici e molte altre. Ti ispiri a qualche tradizione culturale, in particolare?

Si. Un pochino prendo da tutte queste culture  che hai citato nella domanda, però non sono mai riuscito ad aderire totalmente ad una di queste importanti filosofie. Credo di essere, sotto certi punti di vista, un sufi eclettico e sincretico allo stesso tempo.  Il mio obiettivo è quello di portare armonia, pace e gioia e la capacità di vivere l’amore nel senso più grande del termine… ci provo, non sempre ci riesco, però e per questo che mi sento un po’ un sufi.  

Ci sarebbe molto da aggiungere slegando il sufismo dalla religione … però si allargherebbe  troppo il discorso.  

La natura con i suoi infiniti suoni di vento, acqua, piante, animali, ha insegnato all’uomo la musica e gli ha dato l’ispirazione per creare a sua volta. Oggi molti bambini vivono in universi sonori poveri, le città, dove prevalgono suoni artificiali, auto, clacson, rumori di vario tipo. 

Questo è un problema reale che è molto più esteso della questione del suono, ma è legato alla disumanizzazione della vita, alla perdita dei rapporti con la natura e  con la natura umana …

Chi sono, oggi, coloro che si rivolgono a te per lavorare sulla voce e sul suono?

Molte persone che hanno voglia di conoscersi meglio attraverso la loro voce, persone che hanno timidezze o hanno capito di avere un grande potenziale esprimibile attraverso la voce vogliono conoscerlo meglio e svilupparlo ai fini del benessere e della comunicazione della loro essenza. Ho pochi professionisti, un 10% forse anche un po’ meno di professionisti intesi come cantanti, attori ecc, ma molti altri che sono professionisti della voce a loro insaputa …

Attraverso il lavoro sul suono è possibile sperimentare particolari stati non ordinari di coscienza?

Certamente. Questo è argomento di interesse di scienziati e c’è tantissima letteratura a  riguardo sui rapporti tra musica e trance  e in alcune esperienze è molto facile sperimentare stati non ordinari di coscienza attraverso il suono.

Daresti qualche idea per migliorare le ore di musica a scuola?

Fare laboratori di musica d’insieme destinati a chi non sa suonare e cantare e che forse non lo farà mai nella vita, mescolando a questi anche chi sa già suonare. Il risultato non sarà grande musica, ma una grande esperienza umana, poi una volta compreso dagli studenti cosa è realmente la musica, si potrà parlare di Bach e Beethoven e non saranno più, per la maggioranza degli studenti, la sorpassata espressione di una cultura  borghese …

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