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Alcune statue di nudo dei Musei Capitolini sono state coperte con dei pannelli bianchi su tutti i lati

Lo spazio
Lo spazio

Non è il titolo tratto da un giornale apparso nell’ultimo film di fantascienza. Accade veramente, nel 2016, a Roma.  Era già accaduto, di recente e non centinaia di anni fa, che opere di artisti, ritenute offensive, venissero “censurate”, uso volutamente una parola forte poiché non riesco a trovarne una ugualmente idonea.

Dal tam-tam mediatico che a livello mondiale ne è seguito, ormai sappiamo tutti che cosa è accaduto, dove e quali sono state le motivazioni addotte a giustificare questo “eccesso di zelo”, forse anche piuttosto kitsch.

Dalla lettura della notizia possono scaturire naturalmente alcune domande.

Il censurarsi può condurre verso la pace?

Si è liberi di aprirsi all’altro quando si ritiene di dover nascondere qualcosa?

Considerare offensiva un’opera d’arte significa considerare offensivo appartenere all’umanità.

Il patrimonio artistico che ci è dato di custodire forse non è solo italiano ma è dell’umanità: gli artisti sono del mondo,  l’arte non ha patria, circola e appartiene a tutti, come l’aria.

Pace non è assenza di conflitto, è piuttosto ricerca del modo migliore per attraversare il conflitto, la divergenza e il contrasto che inevitabilmente si creano dove c’è una società di uomini liberi.

Il dialogo si costruisce con il confronto, con lo scambio e  la relazione vissuta e partecipata.

Come molti filosofi e psicologi in tempi e luoghi diversi hanno insegnato, l’arte appartiene ad una dimensione che travalica il livello razionale dell’uomo, attingendo e sconfinando in un altrove che è mistero e meraviglia.

Si può ridurla entro confini puramente  razionali e schiacciarla entro un opinabile criterio morale?

Sono molte le domande che possiamo continuare a formulare.

Abbiamo tempo per trovare delle risposte soddisfacenti prima che qualcuno ritenga conveniente cercare il modello di tanga più appropriato per il David di Michelangelo Buonarroti.

 

 

Intervista: GIANMARCO CASELLI “Oltre”

Gianmarco Caselli, è un artista lucchese per nascita, cosmopolita per indole, premiato dal Rotary Club Lucca e Rotaract nel 2012 come “Grande talento Lucchese”.

Il suo impegno artistico si riversa in svariate attività: dal mondo dell’insegnamento scolastico formale, (è insegnante di lettere nella scuola secondaria superiore), a quello della ricerca e della musica:  Gianmarco Caselli è anche uno sperimentatore, studioso,  giornalista e  premiato autore di poesie e racconti.

Gianmarco Caselli, backstage di PupilleGianmarco Caselli, backstage di “Pupille”

Negli ultimi anni  si è distinto sempre più, soprattutto, come pianista e compositore.

Provando a definirla, la musica di Gianmarco Caselli si caratterizza per una raffinata fusione di elettronica e strumenti tradizionali, poiché non esaurendosi in una sperimentazione fine a se stessa, autoreferenziale, e se vogliamo, superata, cerca invece accordi e punti di contatto tra il presente e il passato, creando futuro.

Negli utlimi anni le sue composizioni hanno ottenuto riconoscimenti in concorsi internazionali e si sono distinte in prestigiosi Festival, (Carnegie Hall di New York, Centre de Cultura Contemporània de Barcelona, Berlino, Kiel, Città del Messico, California, Istituti Italiani di Cultura di Amsterdam, Copenaghen, Amburgo, Londra, Uruguay, Argentina).

Ideatore e direttore artistico del LUCCA UNDERGROUND FESTIVAL che si propone di divulgare l’arte, lontana da luoghi comuni, necessità, cliché. Il Festival, quest’anno ha indetto anche un Contest per racconti Horror che in giuria vede nientemeno che il direttore di Splatter e la giornalista Valeria Ronzani, direttrice di Words In Freedom e chiuderà il cartellone con Gary Brackett, Direttore Artistico di The Living Theatre Europa.

Gianmarco Caselli, by Elena Fiori
Gianmarco Caselli, by Elena Fiori

Per una esaustiva conoscenza della sua formazione e delle sue svariate collaborazioni e attività rimandiamo ai siti dove è possibile ottenere informazioni anche sui suoi concerti, performances e molto altro.

http://www.gianmarcocaselli.it/

http://www.associazionevaga.it

Da qui è possibile ascoltare Gianmarco Caselli, elettronica e oggetti vari 
Irene Russolillo, danza, in “Genetica I – Omaggio a Cage” di G. Caselli

https://www.youtube.com/watch?v=QGs3Zv0gbKM

Gianmarco Caselli, "Pupille", by Marco Puccinelli
Gianmarco Caselli, “Pupille”, by Marco Puccinelli

Il punto di vista di Gianmarco attraversa due mondi: quello dell’arte, come critico, fruitore consapevole e compositore e quello dell’educazione, come insegnante di scuola.

Per questo, è per noi particolarmente prezioso avere la fortunata opportunità di poter conversare con lui, soprattutto in questo periodo unico della sua vita, visto che è diventato papà da pochissimi giorni.

CHIARA: questo blog è dedicato all’infanzia che incontra l’arte. Alle storie d’amore tra bambini e arte, bambini che seguendo un certo cammino, sempre diverso, sempre inedito, una volta grandi, possono definirsi artisti. Gianmarco, vuoi raccontarci la tua storia? Che bambino sei stato e quando hai incontrato la tua “Beatrice?

GIANMARCO: nella mia famiglia non ci sono stati musicisti, ma cultura, soprattutto letteraria, sì. Il mio primo contatto con la musica quando ero piccolo è stato come quello di tanti altri bambini con una tastierina Bontempi, poi mia madre ascoltava De André. Ho cominciato ad appassionarmi agli ascolti della musica classica quando avevo circa nove anni grazie anche alla professoressa di musica che avevo alle scuole medie. Da piccolo, però, non c’erano occasioni di ascolto e avvicinamento alla musica per bambini, sotto questo punto di vista c’è più attenzione ora. Successivamente, ai tempi del liceo mi sono avvicinato ancora di più a De André, al rock e soprattutto ai Pink Floyd e al punk. Il mio percorso musicale non è stato perciò assolutamente un percorso né regolare né spettacolare.

CHIARA: c’è chi dice che un artista, nel profondo di se stesso, si esibisca, ogni volta, per una persona in particolare. Anche per te è così?

GIANMARCO: no, per un lungo periodo della mia attività la persona a cui mi rivolgevo ero me stesso in contrasto, quasi in opposizione alla moltitudine. Solo quando mi sono reso più libero dallo sforzo di affermarmi ho cominciato a rivolgermi a un’entità indefinita. Successivamente ho scritto e scrivo brani pensati per esecutori specifici o dedicati ad altre persone ma non sono mai stato autoreferenziale: intendo dire che ho sempre cercato di scrivere musica che fosse in grado di comunicare. Non mi piacciono quegli artisti estremamente concettuali che parlano solo a se stessi o a un’élite specifica di ascoltatori.

Gianmarco Caselli, Premiazione al Rotary Club
Gianmarco Caselli, Premiazione al Rotary Club Lucca

CHIARA: ogni artista potrebbe, anzi dovrebbe, fare ciò che più lo rappresenta: il grande pittore macchiaiolo Giovanni Fattori insegnò ai posteri che “arte è libertà da ogni formula nova e antica”. Oggi è più difficile?

GIANMARCO: di certo è molto difficile esserlo oggi in Italia. Noi veniamo da un periodo, quello che va dagli anni ’60 agli anni ’80, in cui molti artisti potevano essere ciò che volevano, e questo, oggi, ci fa sentire molto di più il peso di una società in cui molte realtà dedicate all’arte contemporanea sono costrette a chiudere o a vivere di volontariato mentre lo stato dovrebbe incentivarle e sostenerle. C’è stato un imbarbarimento culturale, a mio avviso pianificato, che ci ha fatto tornare indietro di almeno 60 anni. È come se certe sperimentazioni non fossero mai state fatte, e molti artisti sono costretti, per tirare a campare, a non poter esprimere se stessi. Penso con amarezza a quanti musicisti si trovano a eseguire in concerto le solite musiche di compositori certamente grandiosi e famosissimi, ma pur sempre del passato, senza possibilità di portare in tournée un programma di musica contemporanea perché verrebbe snobbato. Quando dico che siamo tornati indietro di almeno 60 anni, penso proprio a questo: una volta che ho scritto un pezzo in stile John Cage in occasione del suo anniversario, ho sentito i commenti di alcune persone di questo tipo: “Oh, anche io saprei fare musica così.”

Perché le persone hanno dimenticato Cage, Stockhausen, anzi, molti non sanno proprio chi siano. Del resto, tanti non conoscono neppure la storia del nostro paese. In compenso conoscono i nomi dei partecipanti ai talent show. La libertà, e spesso anche l’intelligenza e la cultura, come la storia ci ha insegnato, continuano spesso a essere purtroppo sinonimo di isolamento e incomprensione. Io, comunque, non la vivo così e sono contento che tante persone apprezzino la mia musica.

Gianmarco Caselli, Berlino, Tacheles
Gianmarco Caselli, Berlino, Tacheles

CHIARA: leggendo critiche e recensioni riguardanti le tue composizioni e i tuoi spettacoli, per definirti, ricorre spesso l’aggettivo, “geniale”. Tu sei anche un professore di scuola secondaria superiore: credi che ci siano stili educativi che più di altri possono far emergere il genio creativo degli studenti?

GIANMARCO: ovviamente mi fa piacere l’aggettivo “geniale” e spero di meritarmelo. Per quel che riguarda l’insegnamento, le nuove tecnologie hanno introdotto un nuovo linguaggio con relative tecniche di comunicazione e apprendimento di cui non si può non tenere conto. Ma queste non bastano. Penso sia essenziale far esprimere i ragazzi, fargli interpretare e selezionare i tanti input da cui sono bombardati, e farli lavorare possibilmente in gruppo affinché ricreino, nella relativamente piccola realtà scolastica, un tessuto sociale che è stato distrutto nel nome dell’individualismo.

CHIARA: anche in ambito artistico si corre il rischio dell’autoreferenzialità e come se non bastasse, in Italia, la percentuale di chi va a vedere spettacoli teatrali o ad ascoltare concerti è bassissima. Pensi che la scuola possa fare qualcosa per questo?

GIANMARCO: certo! Fosse per me, essendo in un paese che è la patria dell’opera lirica e una delle maggiori mete artistiche del mondo, la storia della musica e la storia dell’arte dovrebbero essere obbligatorie e presenti con più ore in tutte le scuole. C’è anche da dire che la cultura è sempre in mano ai soliti noti da anni e anni, non vengono coinvolti i giovani neppure nei quadri dirigenziali delle associazioni che organizzano eventi: con quale faccia poi queste associazioni pretendono che, quando allestiscono spettacoli di qualsiasi tipo, i giovani ci vadano? Il discorso vale sia in ambito locale che nazionale, ovviamente.
Per l’autoreferenzialità vale quel che ho detto alla tua seconda domanda, e gli artisti autoreferenziali solitamente finiscono dimenticati come è giusto che sia per coloro che parlano solo a se stessi.

Gianmarco Caselli, “Pupille”, by Andrea Del Testa
Gianmarco Caselli, “Pupille”, by Andrea Del Testa

CHIARA: l’insegnamento della musica, in Italia, ma non solo, è davvero limitato e insufficiente. Il sistema scolastico, per la sua struttura, consente che uno psicologo, per esempio, o un medico, un educatore, un insegnante, etc… possano laurearsi a pieni voti ignorando completamente gran parte del nostro patrimonio culturale musicale. Ciò influisce sulla società e sull’idea di essere umano che circola nella coscienza comune?

GIANMARCO: certo. E il risultato è un pubblico disposto ad ingoiare tutto ciò che passa il convento purché non sia sperimentale e si fermi storicamente a Wagner.

Gianmarco Caselli, by Elena Fiori
Gianmarco Caselli, by Elena Fiori

CHIARA: per quanto tu scriva musiche per pianoforte atmosferiche, il tratto più caratterizzante della tua musica è l’elettronica sperimentale e l’utilizzo di oggetti, spesso metallici, in scena. Quanto è rimasto nella tua arte di quando eri bambino?

GIANMARCO: ho sempre cercato di utilizzare l’elettronica in un modo un po’ diverso dal solito. Certamente a volte posso scrivere una musica che sembri più tradizionale, ci può stare. Io, personalmente, e mi riallaccio alla tua terza domanda, non seguo assolutamente alcuna regola. Cerco ogni volta di fare quello che voglio. In questo mi sento molto vicino a quello che fanno i bambini: è come se ogni volta volessi scoprire un mondo nuovo anche nell’utilizzo degli strumenti. Con l’elettronica posso creare tantissimi suoni che in natura non esistono, poi da almeno una decina di anni sono abituato a portarmi un registratore in tasca, a raccogliere i suoni del mondo e poi rielaborarli per costruirci nuove sonorità , ma anche a prendere oggetti come pentole, forchette e quant’altro, e suonarli dal vivo.

041-7571 13.12.14 Spam G. CaselliGianmarco Caselli, “Pupille”, by Marco Puccinelli

Intervista: IGNAZIO FRESU “L’essere è divenire”

Intervista a Ignazio Fresu: “L’essere è divenire”

 

Il sabato del villaggio Ignazio Fresu- Il Sabato del Villaggio

“Dunque da tutto ciò si deduce […] che nessuna cosa di per sé è una, ma sempre nasce rispetto ad un’altra; e che il verbo «essere» va soppresso dappertutto, benché noi molte volte e anche poco fa fummo costretti a servircene dall’abitudine e dalla mancanza di scienza. Invece, come dice il discorso dei sapienti, è necessario non concedere nulla, né di uno né di me, né questo né quello né qualsiasi altro nome che stia fermo, ma è necessario dire secondo natura che le cose nascono, vengono fatte, muoiono, si alterano; perché quando uno con il discorso mette qualcosa ferma, facendo questo può essere facilmente rimproverato”. (Platone, Teeteto, 155 a3 – 157 b8).

Questo passo ci introduce al tema del divenire e della conoscenza delle cose che divengono e che, perciò, trasformandosi, ci invitano a rivedere la nostra conoscenza su di esse che non può essere ferma, stabile, data, costituita una volta per tutte, ma necessita di divenire insieme alle cose stesse, di trasformarsi con loro.

La contraddizione  è solo apparente. Siamo immersi in uno stabile divenire e ne siamo parte, “in fieri” noi stessi. E’ l’unità del molteplice, affrontata da tutte le tradizioni filosofiche del mondo e tema caro alle riflessioni spirituali.

La nostra conoscenza delle cose è sottoposta all’inganno dei sensi, la realtà spesso non è quella che appare, lo si scopre avvicinandoci, sperimentando, provando. Di tutto ciò si occupa Ignazio Fresu nel suo donarci un invito alla scoperta, alla riflessione avventurosa sulla conoscenza delle cose.

Cenere IIgnazio Fresu-Cenere

Fresu, attraverso le sue opere, apre lo spettatore ad una realtà che sì, può anche essere ciò che appare, ma è anche un molto altro tutto da scoprire lungo un percorso che è possibile compiere semplicemente grazie alla vera osservazione, fatta non solo di sguardo dell’occhio ma anche di quello sguardo che il pensiero sa lanciare. La struttura delle opere di Fresu non vuole ingannare, non vuole essere “il genio maligno” di Cartesio ma un invito a sfogliare i vari strati dell’essere senza dualismo, senza opposizione per integrare e accogliere apparenza e sostanza. Non è la realtà ad ingannarci bensì il nostro sguardo superficiale.

Di Fresu,  Sara Paradisi su Wikipedia scrive:

“Le sue opere sono basate sul contrasto tra realtà ed apparenza, sull’inganno generato dallo sguardo frettoloso. Ogni cosa è esattamente l’opposto di ciò che appare e nessuno sembra accorgersene. Il metallo non è metallo, ma spesso cartone o polistirolo travestito da metallo. L’usura e l’ossidazione dei materiali sono soltanto un abile gioco di interventi manuali. La leggerezza è travestita da pesantezza. Gli equilibri precari sono calibrate composizioni statiche. L’acqua viene riprodotta attraverso materiali tecnologici come il plexiglas e il vetro. Giocare con i materiali e con il concetto di apparenza è uno dei modi di Ignazio Fresu per collegarsi alle tematiche del divenire, della trasformazione dell’uomo e delle cose operata dallo scorrere del tempo così come al concetto della bellezza precaria ed effimera”.

Il sabato del villaggio IIIgnazio Fresu-Il Sabato del Villaggio

Ignazio Fresu invita ad una osservazione fondata sul pensiero, sull’esperienza carnale dell’opera grazie all’interazione dello spettatore, e soprattutto sulla consapevolezza del divenire della vita.

Abbiamo chiesto a Fresu di aiutarci a riflettere sul mondo dell’infanzia nel suo rapporto con l’arte. Il mondo in cui viviamo può ingannare facendo apparire le cose solo per ciò che non sono.  Depista costantemente l’attenzione verso un altrove inafferrabile. Chimere che si spostano  nel momento in cui tentiamo di raggiungerle e in questo rincorrerle si riduce sempre di più la nostra capacità di cogliere il tempo presente con tutta la sua pienezza.

I bambini, gli adolescenti, tutti necessitiamo di rafforzare il nostro contatto con l’esserci e con la sostanza della realtà.

Cenere II Ignazio Fresu-Cenere

Prima di leggere il punto di vista che, gentilmente, l’artista ha voluto donarci, è utile rileggere questo scritto di Seneca, tratto da “Il tempo”.

“I giorni migliori fuggono, non c’è dubbio,
se ci si lascia travolgere da faccende
di ben poca importanza.
Così la vecchiaia sorprende gli uomini quando,
nello spirito, non sono ancora cresciuti,
e li coglie impreparati e inermi;
non l’avevano previsto infatti;
e ci si trovano dentro da un momento all’altro,
senza aspettarselo: non si rendevano conto
che la vecchiaia si avvicina un po’ tutti i giorni.
Succede anche in viaggio: chi si lascia distrarre
da una piacevole conversazione o dalla lettura di
un libro o da un pensiero inesistente
si accorge di essere già arrivato prima ancora di
rendersi conto che si sta avvicinando;
così pure questo viaggio della vita,
ininterrotto e veloce, che noi facciamo sempre
con lo stesso passo da svegli e nel sonno,
a chi è sempre affaccendato
si manifesta solo al suo termine”.

Cenere IIIIgnazio Fresu-Cenere

Per essere aggiornati sulle prossime installazioni e per approfondire la conoscenza di questo straordinario artista, le cui opere affrontano temi filosofici e spirituali di ampio respiro, rimandiamo al suo sito personale:

http://ignaziofresu.blogspot.it

http://ignaziofresu.blogspot.it/p/opere-works.html

https://www.facebook.com/profile.php?id=1111683482&fref=ts

https://www.facebook.com/pages/Ignazio-Fresu-visual-artist/51939967031

Cenere IVIgnazio Fresu-Cenere

 

Chiara: ho avuto la fortuna di conoscerti attraverso alcune delle tue installazioni. Come si è delineata in te la scelta di esprimerti in questo modo, anziché attraverso altre forme artistiche?

Ignazio: l’installazione come forma artistica si è prepotentemente imposta nel mio percorso artistico all’età di 18 anni durante il primo anno dell’Accademia. Maturai rapidamente la consapevolezza che le forme espressive basate sull’immagine bidimensionale come la pittura e la fotografia, così come anche quella tridimensionale della scultura, fossero insufficienti a  rendere l’idea della forma espressiva che intendevo realizzare.  Neppure la performance ed il video che proprio in quegli anni stava prendendo le mosse attraverso il videotape, seppure da me inizialmente utilizzate, non mi soddisfacevano in quanto implicano un tempo prestabilito e determinato, dal quale le altre forme d’arte visiva sono svincolate. Una sostanziale libertà di fruizione che solo l’arte visiva e l’architettura consentono. E’ proprio questa vicinanza tra arte visiva e architettura che mi hanno portato a scegliere l’installazione come forma d’arte preminente per approdare alla quarta dimensione dove lo spazio e il tempo sono sensorialmente tangibili e il fruitore interagisce con l’opera fino a diventarne parte.

Il sabato del villaggio III

Ignazio Fresu-Il Sabato del Villaggio

il sabato del villaggio IV

Ignazio Fresu-Il Sabato del Villaggio

Chiara: come vivevi la tua dimensione artistica quando eri  bambino e come la conciliavi con gli obblighi scolastici?

Ignazio: sin dalla primissima infanzia il mio gioco preferito consisteva nel ritagliare, incollare, disegnare e colorare. Questo era per me naturale anche se vedevo che i miei familiari si stupivano di questo mio comportamento che poi in età scolare mi distraeva moltissimo dagli impegni scolastici causando preoccupazione ai miei genitori. Il disegno che durante la scuola elementare accompagnava sempre tutti i compiti, occupava di gran lunga di più il mio interesse.

oggetti smarriti

Ignazio Fresu-Oggetti Smarriti

Chiara: hai mai fatto o pensato di fare un’opera dedicata ai bambini?

In tutti i miei  lavori ricerco una dimensione di fruizione più ampia possibile, sia da un punto di vista formale che dei contenuti. La prerogativa che considero più importate è quella di essere in grado di destare interesse sia nei bambini che negli adulti, sia nelle persone al di fuori dalle tematiche dell’arte, che in quelle più addentro. In questo senso tutte le mie opere sono dedicate anche ai bambini, alcune però destano in loro maggiore curiosità come ad esempio “Il sabato del villaggio” realizzata con i giocattoli, “Memento” con i banchi di scuola, “Cenere” con una moltitudine di oggetti e fotografie o “Nel pensier mi fingo” realizzata con scatole piene d’acqua.

Cenere VIgnazio Fresu-Cenere

Ultima CenaIgnazio Fresu-Ultima Cena

Chiara: quali sono stati gli artisti che hanno ispirato di più il tuo sviluppo personale?

Ignazio: sono stati gli artisti del movimento dell’Arte Povera. Mi sono formato attraverso le loro opere oltre che sulla Minimal Art e la Land Art. Ma mi sento profondamente legato a  tutta l’arte da quella preistorica, sino all’arte più contemporanea, quella di questi giorni. C’è un misterioso e invisibile filo conduttore che tiene insieme tutto.

Cenere VIIgnazio Fresu-Cenere

Chiara: come vedi il rapporto arte ed educazione pensando ai bambini di oggi?

Ignazio: grazie alle moderne didattiche, alle applicazioni pedagogiche ed in generale alla considerazione che si ha dei bambini oggi, questi godono di una libertà espressiva e formale che fino a qualche decennio fa era assolutamente inconcepibile. La messa al bando degli stereotipi: la casetta con il tetto rosso, l’albero con la palla verde, il sole con i raggi, eccetera  e le costrizioni formali, consentono un rapporto più diretto e immediato con l’arte che diventa già dai primi anni di vita un importante elemento di stimolo e di crescita sia intellettuale che spirituale.

 

quel che resta
Ignazio Fresu-Quel che resta

 

 

 

 

Intervista: CARLO PEPI “La verità del disegno”

Proseguiamo il viaggio incontrando Carlo Pepi, notissimo critico d’arte, che ringraziamo sentitamente per aver risposto alle nostre domande con preziosa e sincera passione e con l’entusiasmo contagioso che solo il profondo amore per il proprio lavoro possono consentire.

Un esperto in campo artistico, un professionista appassionato che negli ultimi quarant’anni ha offerto il suo contributo con generosità e impegno da più parti, divendo notissimo grazie all’episodio dei “falsi” di Amedeo Modigliani rinvenuti nei fossi livornesi nei primi anni ottanta.

In quell’occasione, con coraggio, fu l’unico a sostenere dall’inizio che quelle opere erano false, anche se la maggior parte dei critici del tempo, compresi nomi come Giulio Argan e Enzo Carli,  sostenevano il contrario.

Aveva ragione lui e da lì non ha mai smesso di sostenere le proprie opinioni anche se sono controconcorrente, anche se non sono condivise e vanno in direzione ostinata e contraria a quella dei più. Anche in seguito, quando sono state ritrovate le vere sculture di Amedeo Modigliani e quegli stessi esperti che avevano giudicato veri i falsi reputarono false ora le opere autentiche, Carlo Pepi le riconobbe subito come vere, a ragione. Per questo venne a subire un processo da cui uscì vincitore contro, tra gli altri, le Soprintendenze di Pisa e Roma e il Comitato degli esperti del Ministero.

“Lui di sé dice che ha un occhio straordinario, e difatti ce l’ha questo dono, come nessuno, ma io ritengo che codesta fisicità visuale sia riduttiva parlando di lui. Carlo vive l’artista che ama con un’empatia prodigiosa”. (Giuseppe Recchia, Nino Filastò, Carlo Pepi, il don Chisciotte dell’arte, Shakespeare and Company, Brescia, 2009, pp. 35).

Dice di sè il critico d’arte:

“Lo vedo dal segno se un’opera è quella giusta. L’opera falsa non vibra, suona sordamente come una campana stonata. Non c’è niente da fare, una campana quando è rotta, emana sgradevoli suoni!”
(Giuseppe Recchia, Nino Filastò, Carlo Pepi, il don Chisciotte dell’arte, Shakespeare and Company, Brescia, 2009, pp. 63).

Grazie alla sua feconda attività a tutela dell’arte, e’ stato invitato dal critico americano James Beck a far parte dell’Associazione Internazionale ArtWatch, (http://artwatchinternational.org/) per la tutela delle opere d’Arte ed è inoltre, stato nominato Direttore della Sezione falsi e contraffazioni.

Carlo Pepi è stato fondatore dell’Istituzione Casa Natale Modigliani, creandone un centro studi dedicato all’artista scomparso. Fece parte degli Archivi Legali Modigliani, dimettendosi nel 1990 e lasciando la Casa Natale di Modigliani non trovandosi in linea con alcune scelte degli altri membri.

La sua originalissima modalità di rapportarsi all’arte e di concepire il collezionismo ne fa un esempio vivente, più unico che raro di come anche oggi, nonostante tutto, si possa ancora amare qualcosa in modo disinteressato.

Sì perchè Carlo Pepi non ha con l’arte un rapporto da mercante, ma ne ha un rispetto come di cosa che ha un valore in sè, in quanto fine e non come mezzo.

Qualcuno lo ha definito “Il Don Chisciotte dell’arte” (Giuseppe Recchia, Nino Filastò, Carlo Pepi, il don Chisciotte dell’arte, Shakespeare and Company, Brescia, 2009): “Carlo Pepi è davvero un Don Chischiotte dell’arte, un personaggio unico e qualsi indescrivibile, a metà strada dalla realtà e dalla fantascienza, che sembra uscito dalla penna di uno scrittore di favole. Eppure così non è”.

La sua splendida villa vede migliaia di opere ospitate come si accoglierebbero amici cari a una festa.

La festa della bellezza, del vagare tra mondi, visioni, idee, paesaggi interiori e esteriori, sguardi, mani, vesti, buoi, terra e piante di colori e pennellate, che ti circondano da ogni dove emergendo dalle loro tele.

Vi assicuro che attraversare la collezione Pepi è davvero un’esperienza fortissima dal punto di vista emotivo, è un viaggio dei sensi e del cuore che stordisce quel tanto da far sentire pellegrini liberi in una vastità senza confini.

Ha collezionato circa 20.000 opere di oltre 2.000 artisti, nella villa attualmente di sua proprietà e appartenuta in passato al suocero di Giorgio Kienerk.

Le opere, come persone importanti cui si dà ospitalità, si attardano sornione sui letti, sui tavoli, spuntano furtive in bagno e poi le trovi vicine alle finestre a guardare fuori visioni di verdi campagne toscane e diresti che non siamo, qui nel 2015 ma che forse l’oggi, lì tra quelle tele e quelle campagne può essere un altrove, un punto dove converge il tempo in un presente densissimo.

Per avere maggiori informazioni sulle attività di Carlo Pepi rinvio al suo sito personale dove è possibile prenotare anche visite guidate nella sua casa museo ad una collezione senza uguali.

Per saperne di più sull’opera di Pepi e avere l’elenco delle sue svariate pubblicazioni si veda:

http://testedimodigliani.xoom.it/carlo_pepi.html

www.casamuseopepi.eu,

www.collezionecarlopepiarte.it

https://carlopepi.wordpress.com/

http://www.iscomar-spp.netsons.org/123/comenius08/index.php?mod=01_Pittura/Carlo%20Pepi

Carlo Pepi nella sua casa museo, tra alcune delle opere raccolte nella sua collezione
Carlo Pepi nella sua casa museo, tra alcune delle opere raccolte nella sua collezione

1) Chiara: quale è stato il suo rapporto con l’arte da bambino, come si esprimeva, quali forme prendeva?

Carlo Pepi: abitavo in Val d’Orcia e con un mio amico trascorrevamo del tempo a osservare le bellezze del paesaggio. Il paesaggio è collegato all’arte, osservarlo indica una predisposizione naturale all’arte.

Con un mio amico, a primavera, mentre tutti gli altri nostri coetanei giocavano a pallone, noi  osservavamo il paesaggio da dietro al Duomo di Pienza: un’attitudine che in entrambi si esprimeva in questo modo. Era un qualcosa di innato, naturale, nessuno ci chiedeva di farlo.

Credo ci sia un forte collegamento tra paesaggio, bellezze del paese antico e amore per l’arte.

Anche il mio amico, infatti, si è poi dedicato all’arte occupandosi del Teatro Povero di Monticchiello per quanto riguarda i testi e la regia.

Mentre gli altri giocavano a pallone noi, da dietro al Duomo di Pienza, preferivamo contemplare il paesaggio.

C’è un grande collegamento fra il paesaggio naturale, il paesaggio del luogo dove si vive e lo sviluppo della propria predisposizione artistica.  Si tratta di una predisposizione naturale all’arte e al bello, c’è chi la possiede in modo maggiore rispetto ad altri, ma il luogo dove si vive può essere molto importante per concretizzarla. In Val d’Orcia eravamo circondati dalle Madonne Fiorentine, molte se ne potevano trovare  a Pienza, ma non mi interessavano molto all’epoca, tuttavia erano lì, intorno a noi. Sentivamo molto quel fascino dell’antico grazie a questo istinto così forte e presente in noi che poi si è concretizzato in modi diversi.

Pienza, paesaggio intorno al Duomo.
Pienza, paesaggio intorno al Duomo.


2) Chiara: cosa lo ha spinto a portare avanti questa sua attività di collezionista?

Carlo Pepi: dal capire che potevo avere la possibilità di acquistare e diventare proprietario di quelle opere che tanto apprezzavo, per poterne disporre, vederle intorno a me, averle in casa, vicine.

Mosso dall’istinto, dal piacere.

Quando sono venuto a Crespina sono sempre stato un ragazzo curioso, mi piaceva parlare con gli anziani per reperire le notizie del passato e dei personaggi del passato.

Venni a sapere che una certa anziana di nome Betsabea era stata la governante dei noti pittori Macchiaioli, i fratelli Tommasi, lei era parente di Rita Cheli che gestiva un tabacchi nella piazza di Crespina. Io allora me ne interessai tantissimo e chiedevo informazioni su di loro, sulla loro vita.

Un altro anziano, Gigino il Sarto, disse che suo padre era stato il giardiniere del pittore Augusto Rey.

Da lui seppi che Rey era parente dei fratelli Tommasi, aveva sposato uno sorella dei Tommasi.

Allora mi raccontò che un giorno, il Rey pittore, passava nelle sue terre, a Gramugnana di Lari, dove molti operai coltivavano la terra lavorando ad una vigna nuova. Il Rey, in calesse, incuriosito dalle loro attività, chiese loro cosa stessero facendo.

Loro ingenuamente, non sapendo con chi, in realtà, stessero parlando, (perché abituati a trattare con suo fratello), gli risposero che stavano facendo dei lavori in attesa di grandi rinnovamenti che dovevano seguire l’arrivo di una imminente, cospicua eredità.

Il Rey capì che stavano aspettando la sua morte, e che speravano arrivasse presto. Capì che si auguravano la sua morte e infastidito, amareggiato e deluso, non lasciò nulla al fratello che gestiva quei contadini ma in seguito a quell’episodio decise di devolvere tutta l’eredità alla Casa di Riposo di Livorno.

La Casa di Riposo Giovanni Pascoli di Livorno ha, infatti, ricevuto in eredità da Augusto tutti i quadri di Villa Rey anche la Villa Rey stessa di Bugallo che poi venne successivamente venduta.

Io raccoglievo tutte queste storie, le ricreavo, ricostruendole e le mettevo in un giornalino al ciclostile che si chiamava il “Riccio” e poi cambiò nome nella “Civetta”.

Mi occupavo del giornalino insieme al parroco di Crespina appena arrivato Don Luciano Rita.

Tuttavia, a quei tempi questi fatti non interessavano alle persone. Purtroppo. La gente aveva altre preoccupazioni: doveva sopravvivere, erano per lo più contadini.

Mi trovai a differenziarmi sempre più dagli altri e senza il consiglio di nessuno, mi interessai al mondo dell’arte e degli artisti, allontanandomi dalle diverse attività dei miei compaesani.

Mi occupai anche della fondazione della Pro-Loco di Crespina con un certo Giorgio di Poldina.

Andai proprio con lui a Pisa, all’Ente del Turismo, si fece il viaggio con la sua automobile poiché io ancora non l’avevo, e così fondai la Pro-Loco di Crespina.

Successivamente, io me ne distanziai perché mi interessava l’arte e gli altri invece lavoravano, giocano a pallone, avevano una vita caratterizzata da interessi differenti dai miei. Io studiavo ancora, ma per un po’ mi occupai di alcune iniziative con Giorgio di Poldina, che gestendo un negozio di stoffe con la madre poteva disporre di più tempo libero.

Potemmo  realizzare tante idee,  tra cui la commedia teatrale “L’acqua cheta”, di Augusto Novelli, che ebbe un discreto successo, al tempo. A Crespina se ne parla ancora.

Un’opera che risultò fatta molto bene, grazie a tutti gli attori crespinesi.

Il maestro di musica Arrighi dirigeva le prove e si impegnò molto dedicando ogni sera il suo tempo alla realizzazione di questa opera e con lui anche Ivano Sgherri fu molto importante per la commedia.

All’epoca mi interessavano tanto anche la musica, l’opera, il canto, le canzoni.

Mi occupavo di musica con mio fratello Giuseppe, terreno fertile, che si faceva ben contaminare dalle mie passioni. Sua figlia, Maria Luisa, diplomatasi al conservatorio di La Spezia come Soprano ha proseguito, portandola avanti, questa nostra predisposizione alla musica e al canto.

In quegli anni pensavo che l’arte fosse irraggiungibile, invece, non era così, perché pochi avevano questo interesse.

Molti artisti divennero miei amici e iniziarono a regalarmi opere.

In seguito grazie al mio lavoro  potevo comprare le opere che desideravo, e con il tempo ne  acquistai sempre di più,  concretizzando la mia passione.


3) Chiara:  arte e denaro… lei è noto, oltre che per la sua collezione d’arte tra le più vaste esistenti, anche perché non ha mai fatto dell’arte un mercimonio non l’hai mai utilizzata e sfruttata a fini prettamente economici. L’ha amata come fine e non come mezzo per ottenere altro. Cosa puoi dirci di questa scelta così unica e nobile quanto ammirevole?

Carlo Pepi: io ho fatto così perché questa è la mia passione, non volevo diventare un commerciante d’arte, un mestierante, non volevo guadagnarci.  Io avrei potuto farlo, comprare e vendere… Ma io, una volta comprata un’opera, non riesco proprio a separarmene.

Sì, è vero, questo denota la necessità di possedere ciò che mi piace di più e potrebbe essere interpretato anche come un aspetto negativo  ma se non ci fosse questo desiderio di possedere l’arte chi comprerebbe le opere ai poveri artisti?

Cosa ne sarebbe di loro se tutti volessero solo vendere e comprare…e nessuno possedere davvero le opere?

Per chi, allora, gli artisti creerebbero le loro opere?

Nel mio percorso mi sono occupato di molti casi plateali, sono stato chiamato in controversie in tribunali, mi sono stati chiesti pareri sull’autenticità di certe opere, tante volte. Io ho sempre tenuto tutto questo come un hobby e come si tiene una cosa collaterale, occupandomi di arte senza volerla far diventare attività economica e professionale.

Io non ho dedicato all’arte tutto quel tempo che la gente pensa.

Ho sempre avuto incontri favorevoli, fortunati, per la mia collezione tutto è sempre stato un percorso in discesa. Soprattutto perché l’ottocento non piaceva a nessuno ed eravamo in pochi ad occuparcene, dal momento che, secondo me, in pochi hanno capito la portata artistica di quel secolo.

Inoltre, a me piacevano i disegni. Per me sono la prima impressione dal vero, sono più importanti dei quadri che invece possono seguire il condizionamento del mercato e del pubblico.

I disegni sono la prima impressione, sono il vero.

Mi interessano  i disegni, perché ritengo che rappresentino la piena libertà dell’artista.

Dopo  il disegno c’è l’opera dello studio molte volte una copia dell’opera vera e propria compiuta nel disegno. L’opera, molte volte, è una copia del disegno. Disegno come originale, azione spontanea, che fa trasparire l’anima dell’artista senza compromessi.

Il quadro, invece, è, a volte, influenzato dal mercato.

Io ho avuto questa fortuna che i disegni non piacessero a nessuno, anche se ciò, allo stesso tempo, mi ha sempre portato molta amarezza poiché nessuno apprezzava ciò che per me è, invece, fondamentale e importante.

Io non mi faccio pagare per i pareri che mi vengono chiesti continuamente, per gli interventi che presto in questioni importanti, come nei tribunali, per esempio.

Me ne occupo gratuitamente.

Un mio record: sono arrivati a offrirmi due milioni e mezzo di euro per un’opera.

Nella società comune, spesso, chi dice quello che pensa, chi non gareggia,  chi vive contro corrente, rema rema ed è sempre lì…il grosso fiume da risalire semmai lo riporterebbe alla foce…ed è già tanto se non si fa riportare indietro dalla corrente.

4) Chiara:  il suo è un modo alternativo di approcciare l’arte, non fatto di compravendite multimilionarie, ma amore puro per le opere un modo che dovrebbe avere più risonanza e fungere da esempio.

Carlo Pepi: il mondo funziona in un altro modo: se una collezione costa tanto allora tutti ne parlano bene, la lodano e pensano che sia meravigliosa.. il pubblico ragiona spesso in funzione dei soldi, dei prezzi.

Tuttavia il valore monetario di una collezione non corrisponde necessariamente al suo valore artistico.

Esistono opere dimenticate e ignorate che valgono artisticamente molto.

Purtroppo è così, se si sfugge alle logiche dominanti, alle logiche del mercato anche se un artista è valido e bravo viene messo in un “cantone”.

 E’ sempre stato così e l’arte non è rimasta indenne da tutto il resto.

Io a volte mi rassegno, ma poi la passione è più forte e scatta di nuovo tutta la motivazione innata che mi caratterizza da sempre.


5) Chiara: arte e creatività svolgono un ruolo fondamentale nell’ambito dell’evoluzione infantile, tuttavia, per molti versi, entrambe sembrano essere oggetto di scarso interesse da parte delle istituzioni e soprattutto della scuola. Cosa ne pensi? Quali pensi possano essere i motivi di questo squilibrio formativo?

Carlo Pepi: la creatività è un settore che sarebbe importantissimo.

Il pensiero, l’andare avavanti, sono fondamentali ma è anche vero che chi più precede gli altri e va più avanti, più è innovativo, più è destinato a essere solitario perché la gente non lo capisce.

Tutti i grandi artisti sono sempre stati vittima di molte disavventure, perché non sono stati capiti se non, a volte, soltanto dopo morti.

Ma è fondamentale la creatività, il fare cose nuove, inventare, dare spazio ai nuovi pensieri.

Tutto questo va in parallelo alla scienza, come in una gara, seguendo la predisposizione naturale ad andare avanti, il genio innato che avevano i grandi scienziati, il cercare sempre di andare oltre, l’arte vera deve essere innovazione se no è artigianato.

6) Chiara: lei ha avuto modo di conoscere molti artisti. Ha potuto riscontrare se ci sono condizioni educative, formative ricorrenti nelle loro storie che permettono ad un individuo di poter sviluppare e di lasciar fluire la sua parte più creativa al meglio? Avvicinare l’arte ai bambini potrebbe essere un modo di evolvere socialmente?

Carlo Pepi: i veri artisti sono impulsivi e anarcoidi, non si possono irreggimentare, non sono imparentati, sono liberi da qualsiasi condizionamento.

Non trovo un abbinamento con l’educare: nella scienza è più facile e più necessario collaborare, sapere cosa è stato fatto prima, fare ricerca, nell’arte no, anche se ci sono correnti, movimenti imparentati, l’arte è una terra libera, è individuale, ognuno si esprime in piena libertà e autonomia.

Si possono proporre argomenti ma poi ognuno lo studia e ricerca in piena autonomia, è se stesso fino infondo.

Il parallelo con l’educazione c’è poco secondo me, uno è se stesso se è artista.

La scuola è pericolosa nell’arte perché può inquadrare e tarpare le ali.

Io ho molti dubbi relativi al rapporto tra la scuola e l’arte e molti grandi artisti che decidono di diventare “normali” magari acquisiscono risonanza accademica ma perdono originalità e valore artistico.

Le scuole imprigionano la mentalità, stringono il pensiero attraverso professori a volte ottusi che non possano fare molta strada altrove.

Se qualcuno ha una predisposizione è meglio lasciarlo stare.

Incoraggioralo, dirgli “fai”, “vai”, ma lasciarlo libero.

A Crespina ne è un esempio l’adolescente Orso Frongia, ( ha già varie mostre all’attivo), che in pochi tratti è capace di riassumere l’anima di un luogo.

L’arte non si insegna, si possono dare principi iniziali, incoraggiare, la scuola deve incoraggiare, scoprire chi ha certe passioni e far sì che le coltivi e trovi e abbia lo spazio per farlo.

Il rischio, altrimenti, è sempre quello di entrare nel campo dell’artigianato e non in quello dell’arte, della creazione artistica.

La scuola rischia di rendere omogeneo tutto.

Mentre è necessario diversificarsi dallo standard.

Silvestro Lega, Chiesa di Crespina, 1886
Silvestro Lega, Chiesa di Crespina, 1886

Intervista: AHMED AL BARRAK “Geste et Lumière”

 

Nell’ambito dei laboratori d’arte che si svolgono a cadenze regolari presso il centro Sete Sois Sete Luas di Pontedera, qualche tempo fa, c’è stata occasione di lavorare con l’artista maghrebino  Ahmed al Barrak.

https://it-it.facebook.com/FestivalSeteSoisSeteLuas

www.festival7sois.eu

http://ahmedalbarrak.canalblog.com/

Pittore e professore all’Istituto Nazionale di Belle Arti di Tetouan (Marocco), centro che rappresenta oggi uno degli spazi più fruttiferi nell’ambito dell’arte contemporanea internazionale. Oltre al laboratorio Ahmed ha esposto alcuni dei suoi lavori in una mostra dal titolo “Geste et Lumiere”.

Opere dove prevaleva l’immensità del blu, in oceani di sfumature, a volte punteggiati con accenni di colori caldi. In linee curve, ampie e appassionate visioni trasognate emergono dalle profondità di un blu che è mare, aria, cielo, infinito.

Durante i giorni del laboratorio, oltre ad avere avuto la fortuna di lavorare con lui, per conoscerlo meglio, abbiamo voluto porgli alcune domande.  Come sempre il focus del nostro interesse sta nel rapporto tra l’essere bambino e l’arte, nel suo svolgersi nell’arco dell’esistenza, per lasciarci incantare dalle storie vere che possiamo raccogliere.

Per il catalogo della mostra:  http://www.festival7sois.eu/wpcontent/uploads/2013/06/catalogo_BARRAK.pdf

Pontedera: Laboratorio d'arte gratuito con Ahmed Al Barrak (Marocco)

  Chiara: cual ha sido su relación con el arte cuando era pequeño?    (Che relazione avevi con l’arte durante l’ infanzia?)

  Ahmed: Petit, comme tous les  enfants, et  je pense que c’est inné, n’importe quelle feuille blanche était prétexte à remplissage,  en gribouillant n’importe quoi.   Je ne me souviens pas à quel âge, mais le graffiti sur les murs du quartier a été une autre façon de m’exprimer, j’adorais les films westerns donc je dessinais  Gary Cooper, Burt Lancaster… avec chapeaux et revolvers.  Bien sur les voisins  n’appréciaient  pas et on était puni par nos parents.  Mon père qui était un grand cinéphile me disait : tu n’as  pas honte de salir les murs des voisins et en plus tes dessins ressemblent plus à des voyous handicapés qu’à  Gary Cooper…
Mais ça ne me décourageait pas.

Traduzione: da piccolo, come credo facciano tutti i bambini,  (penso che ciò sia un modo di fare innato), qualsiasi foglio bianco era l’occasione per disegnare o provare a disegnare qualcosa. Non ricordo a quale età, ma ad un certo punto i graffiti sulle mura del mio quartiere  diventarono un altro modo per esprimere me stesso. Mi piacevano molto i film western così, su quelle mura, disegnavo proprio gli attori dei film, come Gary Cooper, Burt Lancaster ed altri, tutti con i loro cappelli e le rivoltelle. Naturalmente i miei vicini di casa non apprezzarono  molto e così i miei genitori dovettero sgridarmi per farmi smettere.

Mio padre, che era anche lui un grande appassionato di film,  disse che dovevo finirla di disegnare sui muri del quartiere e soprattutto mi fece notare che quei disegni non erano molto somiglianti agli attori dei miei film preferiti, ma che, anzi, somigliavano più a dei teppisti e per di più teppisti con qualche problema, piuttosto che a Gary Cooper.
Ma queste critiche negative non mi scoraggiarono affatto.

Chiara: Hay figuras significativas (maestros, padres) para tu crecimiento artístico? Y cuales son? (Ci sono state figure particolarmente importanti, come insegnanti o genitori, per la tua crescita artistica e in caso affermativo, chi?)

Ahmed: Au collège,  j’apprenais mes leçons de sciences naturelles  avec des  schémas et des croquis, mon professeur, aimait tellement la précision de mes croquis qu’il m’envoyait régulièrement  au tableau dessiner pour mes camarades.  Je m’appliquais  pour ne pas décevoir… puis j’ai eu de bons professeurs, c’est vrai.

Ensuite, au  cinéma,  le film – L’Extase et l’Agonie-  de Carol Reed, avec Charlton Heston qui jouait le rôle de Michel-Ange.

Michelange représentait pour moi le vrai artiste par sa personnalité, par son dessin, et surtout par sa sculpture bref par son génie, je recopiais  ses sculptures au crayon.  Puis j’ai commencé  à  faire des reproductions d’ oeuvres de Leonard de Vinci, de  El Greco… les impressionnistes, les fauves, Les nabis qui m’ont appris la couleur.

Traduzione: durante il periodo del college, fare disegni, diagrammi e schizzi, mi aiutava a comprendere meglio le lezioni di scienze naturali così il mio maestro, apprezzando molto la precisione e la pertinenza delle rappresentazioni che facevo durante le lezioni, mi chiedeva di andare a farle alla lavagna in modo che potessero vederle tutti i miei compagni perché riteneva che ciò avrebbe aiutato anche loro a capire meglio i vari argomenti.  Allora mi impegnavo al massimo per fare un buon lavoro, inoltre, nel mio percorso  ho avuto buoni insegnanti, è vero.

Per la mia formazione, grande importanza l’ha avuta il cinema, penso al film  “Il tormento e l’estasi” di Carol Reed, con Charlton Heston nel ruolo di Michelangelo.

http://it.wikipedia.org/wiki/Il_tormento_e_l%27estasi_%28film%29

Michelangelo  per me rappresenta il vero artista con tutta la sua personalità, dal  disegno, alla scultura e soprattutto per la sua genialità. Ho copiato le sue sculture a matita. Poi ho iniziato a fare le riproduzioni delle opere di Leonardo da Vinci, quella di El Greco, degli impressionisti, dei Fauves, Les Nabis, e così copiando le opere di questi maestri ho imparato più profondamente il senso del colore.

  Chiara: Cuales son en tu opinión las actividades mas adaptas para desarrollar el sentido artístico en los niño (Secondo te quali possono essere le attività più adatte a sviluppare il senso artistico nei bambini?)

Ahmed: L’éducation artistique doit être  obligatoire  pour tous les élèves, et enseignée sur plusieurs années car il s’agit d’un processus à long terme.

Il faut concilier observation, réflexion et création. Ce qui permet à  l’enfant  d’acquérir  un équilibre affectif, physique, psychique et intellectuel.

L’éducation artistique permet à l’enfant de s’exprimer, de développer son  sens critique et son esprit d’analyse dans le monde qui l’entoure et de s’engager activement dans les divers aspects de la vie sociale en le confrontant avec son époque et en lui permettant d’y vivre.
L’éducation artistique  permet à l’enfant une ample connaissance  en découvrant, les créations artistiques présentes et passées, l’artisanat, le cinéma, les images publicitaires… toujours avec un esprit critique et chose essentielle elle lui permet de s’ouvrir à  d’autres cultures  donc d’autres  valeurs universelles.

L’enseignement de l’éducation artistique à l’enfant est aussi   un investissement pour  l’avenir de la société.
Investir sur l’enfant c’est lui apprendre à être  responsable, lui apprendre la rigueur, la créativité, l’esprit critique, l’autonomie,  la possibilité de se prendre en charge…tout cela pour préparer un adulte capable de développer les ressources humaines nécessaires à l’exploitation de la richesse et du patrimoine culturel.
Les élèves doivent découvrir progressivement les arts au travers des pratiques et des expériences artistiques.
Il est évident que par  éducation artistique je pense aussi à la musique, à la poésie, au théâtre, à la danse, au conte…tous les arts en fait.

Traduzione: 

L’educazione all’arte dovrebbe essere pienamente inserita a scuola per tutti gli studenti e durante tutto il corso dei loro studi in quanto è un processo che per svolgersi e attuarsi necessita di molti anni di formazione.

L’educazione dovrebbe cercare di conciliare, nel processo formativo, tre diversi momenti: l’osservazione, la riflessione e la creazione. Questo permetterebbe al bambino e quindi all’adulto di domani,  di acquisire un maggiore equilibrio emotivo, fisico, mentale e intellettuale.

L’educazione all’arte permette di imparare ad esprimersi ed a sviluppare  capacità critiche e insieme analitiche riguardo al mondo che ci circonda. Ciò è fondamentale per potersi impegnare attivamente nei diversi aspetti della vita sociale e poter essere parte attiva nel tempo in cui viviamo. Inoltre, una formazione artistica rende i bambini consapevoli di una vastissima conoscenza, relativa alle creazioni artistiche del passato e del presente, da quelle più propriamente artigianali a quelle cinematografiche, a quelle anche relative alla rivoluzione artistica in ambito pubblicitario. Una consapevolezza fondamentale ed essenziale che permette alle menti dei bambini di aprirsi a cogliere valori universali, rendendo disponibili all’incontro con l’altro e la differenza culturale.

Per questo l’insegnamento dell’educazione artistica ai bambini è un importante investimento per il futuro della società. Investire sui bambini significa insegnare loro la responsabilità, la disciplina, la creatività, il pensiero critico, l’autonomia, la capacità di sapersi gestire…tutto ciò in vista di un adulto che ha sviluppato quelle risorse necessarie a sostenere una società culturalmente ricca.

Gli studenti hanno bisogno di scoprire gradualmente l’arte attraverso pratiche artistiche e esperienze concrete. Ovviamente parlando di educazione all’arte intendo non solo disegno e pittura ma anche musica, poesia, teatro, danza, narrazione, intendo tutte le arti.

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Chiara: Crees que la escuela, la educación escolar dan el justo espacio a la dimensión del individuo tan importante (Credi che attualmente la scuola stia dando il giusto spazio a questa dimensione tanto importante per lo sviluppo dell’individuo?)

Ahmed: Nous savons tous que les matières artistiques, en général, ne sont pas encouragées soit par méconnaissance, soit par manque de moyens… donc on accorde moins d’importance a ces disciplines, les budgets alloués à l’éducation artistique sont faibles.
Je parle du moins de l’éducation artistique dans mon pays.

L’éducation artistique n’est pas une affaire d’école seulement , l’apport de l’école peut être renforcée par le contact direct avec les œuvres d’art, les musées, des spectacles, des concerts, des expositions, visite des sites archéologiques, des livres, invitations d’artistes, films…

Aujourd’hui, je pense qu’il est nécessaire d’introduire aussi l’utilisation de nouvelles technologies dans la pratique artistique tel que l’art vidéo, la musique électronique…

Traduzione:

Come tutti sappiamo, generalmente,  la scuola non incoraggia molto i ragazzi a occuparsi di arte e di materie artistiche in generale, o per ignoranza o per carenza di risorse, di conseguenza dal momento che tali discipline non sono considerate molto importanti, le istituzioni non sono motivate a stanziare fondi per sostenerle.

O almeno, questo è ciò che per lo più accade in Marocco, nel mio paese.

L’educazione artistica non è qualcosa che deve portare avanti la scuola da sola, in modo esclusivo, o con il solo lavoro fatto in aula, poiché la formazione, in questo campo, può essere migliorata e resa più incisiva attraverso il contatto diretto dei ragazzi con le opere d’arte, le visite dei musei, gli spettacoli, i concerti, le mostre, le visite presso i siti archeologici, letture di libri specifici, artisti ospiti che possano parlare ai ragazzi in prima persona del loro lavoro o di tematiche correlate, la visione di film.

Tutti questi possono essere canali di formazione paralleli e complementari al lavoro fatto in classe e molto importanti al fine di promuovere educazione all’arte.

Chiara: Cuales son los autores mas significativos que te han inspirado en tu trabajo?(Quali sono stati i grandi artisti più importanti per ispirare lo sviluppo del tuo lavoro?)

Ahmed: Comme je l’ai signalé plus haut j’ai été inspiré par les artistes de la renaissance italienne, mais aussi par d’autres artistes et mouvements divers : romantisme avec  Delacroix, Rembrandt, le fauvisme avec matisse, des artistes comme Andy Warhol, Jackson Pollock, les estampes japonaises et les miniatures arabes et perses qui sont une merveille et que beaucoup de gens méconnaissent,  et qui sont pour moi,  des œuvres abstraites avec des formes : cercles, demi cercle, arc avec des couleurs qui s’entremêlent  aux formes et donne une esthétique cosmique, comme d’ ailleurs les estampes asiatiques mais je suis quelqu’un qui touche à tout, tout m’inspire : les artistes la nature, l’architecture, je peux peindre suite à une image, à une musique… Je change de style en essayant d’évoluer, parfois ma démarche est celle d’un chercheur…
Actuellement je m’intéresse  à la trace que les gens laissent sur les murs , le sol ou partout ailleurs, bancs publics etc.

Traduzione: 

Come prima accennavo, gli artisti del Rinascimento italiano, sono stati una importante fonte di ispirazione per il mio lavoro, ma non solo in quanto, in seguito, mi sono ispirato molto anche ad altre correnti, come il Romanticismo con Delacroix e Rembrandt,  il Fauvismo con Matisse,   ad artisti come Andy Warhol e Jackson Pollock. Trovo meravigliose le stampe giapponesi e le miniature arabe e persiane, opere che in molti, credo, fraintendono e che, invece, mi attraggono nelle loro forme astratte di cerchi, semicerchi, archi che si intrecciano con la gamma dei colori creando un’estetica universale, come, anche, le stampe asiatiche.

Tendo ad essere toccato profondamente e ispirato da tutto: l’arte della natura, l’architettura, a volte i miei dipinti nascono dopo aver guardato una particolare foto, o ascoltato una musica, …e poi c’è sempre in me una tendenza al cambiamento, a trasformare, rinnovandolo, il mio stile per cercare di evolvere… con un approccio del tutto simile a quello di un ricercatore.

Negli ultimi tempi mi interessano molto le tracce, i segni, le forme che le persone lasciano sui muri, sui pavimenti delle strade, sulle panchine pubbliche o in altri luoghi.

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Intervista: ROBERTO ROMAGNOLI “KIRTAN”

Chiara Gasperini: Cosa significa pazientare? Significa guardare la spina e vedere la rosa, guardare la notte e vedere l’alba… Alla luna nuova occorre tempo per diventare piena.”
Così scrive Elif Shafak ne Le quaranta porte, così ho pensato quando ho letto le intense e emozionanti pagine che ha voluto regalarci Roberto Kirtan Romagnoli.
Non perché la notte e le spine non siano accettabili, sono, anzi, necessarie, forse indispensabili, per consentire lo schiudersi del giorno o del fiore.
Artifex, è colui che fa, che realizza arte. Colui che attraverso il suo agire del corpo-mente unisce pensieri, idee e materiali che prima si trovavano in un determinato stato e li riorganizza, offrendoli al mondo trasformati, creando nuove armonie, creando ciò che non c’era, perchè nello stato in cui si trovava prima non era percepibile. L’artista entra in comunione così profonda con la realtà, sa amarla così tanto, da fondersi con essa e fluendo ai suoi ritmi accordandosi con l’esistente, sa trasformarlo, alchemicamente, in qualcosa di leggibile e assimilabile da altri. Porta alla luce messaggi impliciti, celati, svelandoli, aprendo alla amorosa magia dell’esistenza.

Roberto Kirtan Romagnoli, è un artista la cui attività spazia in più ambiti d’interesse.

Dopo la laurea in Lettere Moderne, inizia il suo percorso di studio in campo etno-musicale, con maestri di risonanza internazionale. Si contraddistingue come giullare-istrione e studia come attore comico mentre, parallelamente, si afferma come liutaio e costruttore di percussioni del medioevo o etniche. Si specializza anche nel metodo musicale indiano, compiendo in India, Himalaya e in Africa vari viaggi al fine, anche, di avvicinarsi al loro mondo musicale e approfondirne le maestrie.
Il gruppo da lui fondato alla fine degli anni ’90, “Musica Officinalis”, si dedica alla musica medioevale, etnica e popolare anche attraverso progetti indirizzati alle scuole, con seminari e laboratori. Sulla pagina dedicata, si legge: “L’Associazione Musica Officinalis si occupa di ricerca, composizione, esecuzione, produzione e promozione della musica antica e dei popoli, di indagine etnomusicologica e di pedagogia e terapia della musica”.
“Ulisse” o “Pitagora”, due, per citarne alcuni, tra i suoi numerosi spettacoli, con la regia di Loris Seghizzi di “Scenica Frammenti”, sono lavori molto adatti anche alla scuola, capaci di rendere vivi e attualissimi, argomenti spesso affrontati in classe in modi poco vicini alla sensibilità adolescente. Roberto Kirtan è quindi anche un pedagogista e insegnante di musica, oltre che attore e musicoterapeuta. E’ cofondatore della compagnia “Zorba officine creative” e numerosi sono i suoi lavori con il “Teatro Agricolo” di Livorno.
Il modo migliore di conoscere Roberto è quello di leggere le sue parole o di assistere ad uno dei  suoi spettacoli o ascoltare le sue svariate produzioni musicali. Esperienze che consiglio a chi non avesse ancora avuto questa grande fortuna e possibilità.
Lascio la parola a lui, ringraziandolo di cuore per aver accettato con gentilezza e passione il mio ardito invito.

Roberto Kirtan: Oggi che è il giorno della befana è un giorno di storie da raccontare!  Ed io è oggi che racconto la mia:

“Questa è la storia di un uomo che aveva un sogno. Sognava di suonare, suonare uno strumento, vivere la musica dalle sue mani.
Ma nel paese dove viveva nessuno gli credeva, e nessuno credeva che avesse le possibilità per farlo.
Così passò il tempo, passarono gli anni e quel sogno scivolò in un cassetto dove rimase in segreto nascosto per lungo tempo.
Finchè un giorno il cassetto si aprì ed il sogno se ne uscì volando via nel vento.
L’uomo si fece triste, ora non c’era più neppure il sogno nel cassetto. Il tempo continuò il suo cammino e così fece anche quell’uomo e a poco a poco si dimenticò del suo sogno.
Ma un giorno, un giorno come un altro, accadde qualcosa di incredibile.
Un amicò lo pregò di andare insieme a lui da un maestro musicista, per provare il ritmo della vita, il battito del cuore e la forza di quel suono.
L’uomo era perplesso ma poco dopo varcata la soglia della stanza vide un altro uomo. Da lontano non si capiva chi ben fosse.
Chi era? E cosa suonava? Mano a mano che si avvicinò l’uomo vide e riconobbe se stesso suonare un tamburo.
Quell’uomo, quel giorno, capì che il sogno non era volato via dal cassetto ma era corso ad avvertire la vita che mandasse gli uomini giusti, quelli capaci, quelli fiduciosi per far nascere un nuovo uomo ed un nuovo musicista.”
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Ecco la storia che racconta la mia storia. L’ho scritta per me e per tutti. La storia di un uomo che cerca quotidianamente di realizzare il sogno.
E tutto parte tanto, tanto tempo fa quando ero bambino.
Il mio rapporto con l’arte da bambino è stato normale, come tanti bambini: mi piaceva disegnare, suonare, cantare, ballare e colorare. Quello che è stato speciale sono state due cose:
una maestra elementare illuminata,
ed un grave incidente che mi ha portato l’amputazione parziale del pollice destro.
La maestra Vera Masoli aveva una passione smodata per fiori, piante ed animali.
Io sono cresciuto in un piccolo paesino della campagna faentina in provincia di Ravenna, eravamo contadini.
E lì i fiori non mancavano! Così per tutti i cinque anni delle elementari tutti i santi giorni c’era da cambiare l’acqua ai fiori, recidere le parti esauste, curare le piante che avevamo in classe, l’albero piccolo che era stato preso il primo giorno di scuola e che sarebbe cresciuto con noi fino alla fine del quinto anno. Poi lo avremmo piantato nel giardino della scuola a ricordo e segno del nostro passaggio.
Ma vogliamo parlare degli animali?
La Vera non disdegnava gli acquari, quindi noi pescavamo nel Naviglio persici, carpe giapponesi, salamandre, girini, cobiti, e tritoni.
Questi esseri erano meravigliosi nel suo essere brutti! I girini diventavano nelle settimane rane e cosi le salamandre mostravano assieme ai tritoni la trasformazione da piccoli in adulti.
Le prime due ore in classe passavano a sistemare lo zoo e la giungla che si creava dopo qualche mese.
Tutto era posto su un’altra cattedra appositamente richiesta dalla Vera!
I turni cambiavano. Noi conoscevamo lo scorrere delle stagioni dall’alternanza dei fiori, così come il trasformarsi della vita con gli animali. Tutti avevano nomi. Erano sotto la nostra diretta responsabilità.
Così la Vera ci insegnava ad accettare la morte quando a volte arrivava inaspettata sui nostri animaletti.
Disegnare direttamente la natura, creare e imitare le forme che la natura ci  offriva  più che insegnarci ad essere grandi artisti ci insegnava ad apprezzare la bellezza, l’armonia ed il mistero del mondo. I colori passavano dal vero al fantastico con la coscienza di chi ha potuto osservare. Le nostre mani diventavano esperte non solo della bellezza e del segreto dell’armonia nascosta nella natura, ma anche del fare, del realizzare, del creare. Mani da pittore, giardiniere, veterinario, fiorista, mani che facendo accrescevano la nostra intelligenza. Il lasciarci fare e realizzare questa avventura è stato il grande regalo di questa misteriosa maestra.
Così il mio spirito e la mia intelligenza nonchè il mio cuore furono per sempre connessi all’arte di scorgere nella natura l’armonia,
di cercarla nella mia vita ed intorno a me, di accordarmi in continuazione con la vita che si vive.
L’arte, ormai, aveva intaccato per sempre la mia anima, la mia persona, il mio cuore.
Forse un giorno sarebbe diventata una necessità, ma questo non si sapeva e non aveva nessuna importanza.
Un artista non è una persona speciale. E’ la sua natura, così vuole l’universo che possa esprimersi e riconoscersi, ma non riveste una importanza speciale. Tra lui ed un ingegnere o netturbino non passa differenza.
Tutti sono fondamentali.
Il secondo evento fondamentale per l’arte è stato l’incidente che ho subito a cinque anni e mezzo.
Nella falegnameria dei miei nonni, causa la mia disubbidienza, presunzione, e sfortuna mi amputai la prima falange del pollice destro in una pialla. 20.000 giri al minuto. un colpo netto.
Non ci fu nulla da fare. Il dito era perso per sempre, nel 69 una plastica, ricostruzione o protesi o trapianto non era minimamente pensabile. Così cominciò la mia avventura nel nuovo mondo: il mondo senza un ditino!
Ecco il miracolo: il chirurgo che mi operò era un angelo del signore e dopo l’operazione così disse:
-Questo bambino ora è nelle vostre mani. All’inizio farà fatica con tutto. Avrà sempre la sensazione di non farcela, di non poter essere indipendente in qualsiasi azione che contempli l’uso delle mani.
Ma voi dovrete essere spietati e lasciare che si arrangi finchè non riesce nel suo intento.
Alla fine se creerete un monco sarà solo stata vostra responsabilità.
Questo bambino dovrà poter credere di fare tutto, di essere normale, di vincere la realtà e realizzare così le sue idee ed i suoi desideri.
E così proprio in quella falegnameria che mi aveva distrutto ho costruito tutta la mia personalità creativa, la mia vena inventiva e le mie capacità di mettere in pratica idee.
Proprio lì con il legno ho dato vita ai sogni. La falegnameria era il ritrovo con i miei amici. Abbiamo costruito di tutto: archi, frecce, pistole, fucili, scudi e spade, costruivamo i ponti ed i lanci per la gimkana con le bici, truccavamo e colorevamo le bici, inchiodavamo, segavamo, incollavamo le idee.
Fare, fare e fare…..divertirsi, realizzare, giocare e continuare a sognare.
Quel luogo di disgrazia è stato poi il luogo più incredibile della mia vita.
Se penso ad oggi che nella mia carriera di artista sono anche liutaio e cioè costruisco strumenti, beh, grazie davvero.
Dico sempre un dito è stato nulla confronto tutto quello che mi ha dato il suo non averlo.
L’arte è legata all’azione. Michelangelo all’età di sette anni preparava già la scagliola per i fondi degli affreschi.
Bisogna stare in bottega.  Mi fanno sorridere gli artisti moderni che hanno le idee, ma poi per realizzarle non sono in grado!
Ah Ah, vogliono lavorare il ferro e non sanno fare, il legno e non sanno fare, il vetro e non sanno fare, ….. e non sanno fare…
Si d’accordo si può avere una idea ma è sempre la mano di un altro che la realizza.
Ma allora l’affinità con la materia? La sua conoscenza atomica? Insomma io ci sentirei lontananza….
Chiara Gasperini:  qualche consiglio…
Roberto Kirtan: Consiglierei ai bambini di vivere nella natura, con la natura, sia vegetale che animale. Vivere fuori, salire e cadere dagli alberi, costruire le capanne, fare palle di fango e poi seccarle…..
Dovrebbero essere educati alle proporzioni, alle forme , alla vita che le produce e cambia come vuole.
Consiglierei  ai bambini di non giocare solo con i video giochi, che oltre a rovinare loro la vista per sempre li rimbecilliscono.
Si la tecnologia come gioco ma non può sostituire la magia del mondo vivo.
Consiglierei ai bambini di stare all’aria fresca, di prendersi cura del mondo, di prendersi la responsabilità di essere nati, qui ed ora e dare una mano per evolvere il mondo umano.
Consiglierei ai bambini di non mangiare così male come mangiano e di non dormire così male come dormono.
Consiglierei ai bambini la meditazione, lo sport e la cura ed il lavacro del corpo.
Consiglierei ai bambini di essere amici degli elementi.
Per quanto riguarda il disegnare:
Si mi capita di disegnare! mi piace, fare i personaggi, le casette, le montagne, i fiori e le nuvole con stormi di uccelli neri nel vespero migrar! Disegno come bimbo, ma conserva spontaneità!
La matita, i pastelli Giotto, a cera, acquerelli…non mi piacciono molto i pennarelli!
Il disegno ammetto che è più raro nella mia quotidianità, ma non lo lascio.
Ascolto si, storie raccontate da altri. Mi piace moltissimo il racconto in sè. Mi piace seguire la trama, immaginarne l’evoluzione, vivere la vita del protagonista o dei personaggi attorno a lui.
Mi immedesimo, voglio che la storia vada in altre direzioni, mi diverto, a volte, a cappottare gli eventi.
Ma soprattutto, ogni cosa raccontata è una storia, anche i fatti di vita.
C’è gente che racconta la propria vita o quella altrui in maniere fantastiche, comiche, tragiche, esilaranti, intelligenti, piene di suspance…piene di come quella persona vede il mondo!
Racconto storie forse perchè ne ho sentite tante.
Forse perché la vita è un racconto e ogni racconto è un po’ come vivere, imprevedibile sino alla fine.
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E dopo sto papiro egizio mi pongo una domanda:
L’arte è una necessità per l’uomo?
La risposta per me è si! Non lo ha costretto nessuno fin dalla notte dei tempi, ha cominciato a farlo da solo.
Sotto le stelle, attorno ad un fuoco l’uomo a cominciato a dare forma a ciò che forma non ha, cioè i suoi pensieri, le sue idee, le sue paure , le sue certezze, insomma tutto ciò che è “dentro” e non visibile agli occhi.
Perché come diceva il piccolo Principe.”L’essenziale è invisibile agli occhi”.
Ma l’uomo ha sempre voluto vedere se stesso e conoscersi e così l’arte è la via.
Una via meravigliosa, fatta di mille peripezie, insidie, avventure, pericoli, scelte e conseguenze.
L’arte dà anche la possibilità agli uomini di toccarsi  dove tocco non c’è. Si toccano l’anima, si parlano da anima ad anima.
Impossibile con qualsiasi altro linguaggio.
Quindi penso che fare arte non è direttamente connesso con chi di questa arte, qualsiasi sia, ne ha fatto il proprio lavoro, ma piuttosto il fare arte è affare umano, e di quegli umani che hanno dentro il continuo desiderio di creare per omaggiare la creazione stessa che incessante crea infinite forme finite. La passione ne è un segno evidente.
Ecco questo e tanto altro potremmo dire, ma al contempo non c’è più molto da dire se non che suonare, ballare, dipingere, scolpire, raccontare una storia….
….e fare un bel cesto natalizio, preparare una bellissima tavola, ed infine una stupenda pietanza. Per fare questo ci vuole arte.
L’arte di vivere…il succo è quello, l’averlo frequentato aiuta a viverlo nella quotidianità…perchè sei più nella vita di tutti i giorni che sul palcoscenico! Quindi impara a fare un piatto di linguine allo scoglio da urlo e sapere quale meraviglioso vino potresti abbinarci!
IAGO-Collinarea-2012
IAGO-Collinarea-2012

Intervista: ANDREA MALGERI “Selvatico Lapis”

La nostra prima intervista del 2015 è all’artista Andrea Malgeri, fumettista e disegnatore naturalista. 

copertina  (R)evolution 2
copertina
(R)evolution 2

Andrea, nasce a Torino circa 27 anni fa, e dopo aver frequentato il Liceo Artistico si iscrive alla Scuola Internazionale di Comics.
Il suo impegno etico oltre al valore artistico ne fanno un autore unico nel suo genere e il suo messaggio merita di essere raccolto da quante più persone possibile.
Per me, data la stima che nutro  verso il suo lavoro, avere il piacere di presentarvelo, è davvero un grande regalo di inizio anno.
Oggi, il fumetto, ancora troppo spesso, stenta a essere riconosciuto in tutta la sua importante valenza educativa.
Lunga è stata la strada (ed ancora non è conclusa) affinché il fumetto venga considerato educativo e adatto per la formazione infantile.

Una tavola di (R)evolution 1 La nascita di Marcus
Una tavola di (R)evolution 1 La nascita di Marcus

Di certo non può essere valutato attraverso gli stessi canoni della letteratura per l’infanzia perché ha caratteristiche specifiche tutte sue che uniscono più codici comunicativi che si integrano interagendo: testo e disegno, il tutto inserito in una partitura narrativa che deve rispettare un certo specifico ritmo.
Il fumetto è in grado di risvegliare la fantasia e la motivazione alla lettura di individui poco motivati aprendo la strada anche ad altri generi ed altre letture. E’ un genere accattivante e attraente.
A volte è proprio il fumetto che apre il soggetto verso la lettura risvegliando in lui la fascinazione verso il mondo narrativo.

 Sono lieta di presentarvi Andrea Malgeri:

Oasi dei Cavalli
Oasi dei Cavalli

Chiara – Ciao Andrea, che rapporto avevi da piccolo con il disegno?
Andrea – Si può dire che sono nato con la matita in mano! In effetti disegno da quando ho ricordi, è una passione innata che mi tiene compagnia da sempre, e quand’ero un bimbo erano frequenti i momenti in cui mi immergevo nel mio mondo di carta e matite colorate. Fin d’allora la mia predilezione era per il fumetto, volli imparare a leggerli a 4 anni perchè non mi accontentavo più di guardare solo le figure! E così a mia volta volevo emulare quei fumetti che leggevo, e così creavo le mie storie, preferibilmente lunghe, e incomprensibili a chiunque altro le leggesse…Negli anni successivi mi sono impegnato per rendere le mie storie sempre più comprensibili, e soprattutto…didattiche!

Copertina Mamma Vega
Copertina Mamma Vega

Chiara – Infatti c’è un messaggio molto chiaro nei tuoi fumetti…
Andrea – Sì, da diversi anni a questa parte, da quando ho iniziato il percorso dell’autoproduzione, le storie a fumetti che pubblico sono il mezzo grazie al quale metto la mia passione al servizio dei miei ideali. Il messaggio è di tipo etico ed è molto chiaro, si parla di liberazione animale, e di conseguenza di liberazione umana, di un mondo più giusto; il mio intento è di arrivare ai più giovani, e questa è anche la sfida più grande: il linguaggio del fumetto mi aiuta, ma ad ogni nuovo lavoro è come se aggiustassi il tiro, alla ricerca della maniera migliore per rivolgermi ai ragazzi. Per esempio i primi lavori pubblicati (nella serie (R)Evolution), sono le storie romanzate di animali che vivono disavventure a causa di umani senza scrupoli; sono racconti ricchi di sentimento e azione, non mancano momenti un po’ più leggeri, ma in generale sono una lettura abbastanza impegnata. Nell’ultimo lavoro pubblicato (la serie Mamma Vega), invece, mi sono mantenuto su un tono più ironico e leggero: è un “rocambolesco ricettario vegan a fumetti”, dove le tristi storie degli animali compaiono ma sono stemperate dal resto della storia che narra di una cuoca ninja rock-star con super poteri che cucina fra una piroetta e un incantesimo (mi sono ispirato a mia madre, che tra l’altro è anche l’autrice delle ricette all’interno del fumetto!)

Una tavola di "Mamma Vega"
Una tavola di “Mamma Vega”

Chiara –  Qual è oggi il rapporto tra bambini e fumetti?
Andrea – Parlando del nostro Paese, le proposte di fumetti per bambini non sono tantissime; l’Italia ha una grande tradizione del fumetto, intesa però per lo più come fumetto seriale da edicola, e, in ogni caso il fumetto viene considerato ancora troppo spesso come un’arte di serie B… Il che per me è assurdo, data la grande considerazione che ho di questo mezzo, in grado di unire disegno e narrativa in una cosa sola.

 Copertina Mamma Vega
Copertina Mamma Vega

Diversa è la situazione in Francia, per esempio, dove c’è tutta un’altra cultura del fumetto, più da libreria che da edicola, loro sfornano decine e decine di nuovi titoli ogni mese e naturalmente anche il settore per l’infanzia è parecchio nutrito. Poi va da sé, se un genitore ha il ricordo di una bella esperienza nell’esser stato cresciuto a fumetti, vorrà far in modo che sia così anche per i propri figli.

Copertina di (R)evolution 1
Copertina di (R)evolution 1

Chiara – In che maniera diffondi i tuoi fumetti?
Andrea – I fumetti da me pubblicati fino ad ora sono autoproduzioni, il che vuol dire che non ho un editore a sostenermi e mi occupo anche della distribuzione: partecipo a fiere, festival, faccio presentazioni, e poi con alcune associazioni animaliste sparse per il territorio nazionale ci diamo una mano a vicenda: loro distribuiscono a loro volta i miei fumetti tramite i loro canali, e io lascio loro buona parte degli introiti. Inoltre ho creato un blog: ecofumetti.wordpress.com dove si possono trovare le varie pubblicazioni ordinabili via mail, più altri lavori e illustrazioni inedite da visionare.

Oasi dei Cavalli 2
Oasi dei Cavalli 2
Chiara – A chi sono rivolti i tuoi fumetti?
Andrea – Non avevo in mente un’età precisa quando li ho scritti, ho lasciato che le storie fluissero da sé, ma mi rendo conto che il pubblico in grado di apprezzarli meglio sono i più grandicelli, diciamo dalle scuole medie in su. D’altro canto le scene che potrebbero “turbare” i più piccoli non sono poi così forti, paragonate a tante scene cruente di certe fiabe classiche…Forse nei miei racconti colpiscono di più anche perché qua i cattivi siamo “noi” esseri umani, al contrario delle fiabe dove il carnefice è quasi sempre il lupo.
Copertina Mamma Vega
Copertina Mamma Vega

Intervista: ERIKA GABBANI, “Nasonero”

Tra colline dolci di viti e ulivi, ville e macchia mediterranea, nonostante minacce varie e ripetute alla sua delicata, ricercata e pacifica bellezza, equidistante da Pisa e da Livorno, resiste Crespina. Un paese dal fascino ottocentesco e dal carattere decisamente raffinato dove l’arte è di casa, la si respira, la si vede, la si tocca grazie ad un passato da difendere e celebrare con sempre più convinzione.

Veniamo ai giorni nostri. Proprio da Crespina arriva Erika Gabbani, una metà dell’artista Fupete – l’altra metà è Daniele Tabellini –, ed è venuta a trovarci, con nostro grande piacere e gratitudine. La caratterizzano esperienze internazionali, cicli di mostre in Italia e all’estero, organizzazione di eventi e iniziative culturali, produzioni artistiche dal carattere decisamente hard rock, articoli, cataloghi, una grande professionalità e una recente e  crescente attenzione al mondo dell’infanzia, con laboratori e interventi personalizzati.

Conosciamola meglio…

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“Nova 2012”, San Paolo, Brasile

Ciao Erika, che rapporto avevi da piccola con il disegno? 

La linea di confine sono state le medie. C’è stato un prima e un dopo. Prima ho disegnato sempre. Disegnavo per vari motivi. Disegnavo per passare il tempo, quando non mi vedevo con gli amici, disegnavo vestiti per le mie bambole e li producevo, disegnavo per la scuola, un sacco di cartine geografiche, un sacco di disegni a educazione artistica e un sacco di disegni/illustrazioni per esprimere meglio quello che volevo dire in un tema. Alle medie mi occupavo sempre di disegnare i titoli dei manifesti di scuola, ero richiesta per i caratteri cubitali e per le idee su come impostare le cose. Mi ricordo che feci anche il loghetto della classe, la 3A, due palme incrociate e un’amaca. Già sapevo cosa mi piaceva!! Adoravo la mia professoressa, mi dava un sacco di stimoli, mi mettevo ad osservarla mentre disegnava e imparavo così. Mi è sempre sembrato naturale disegnare e colorare, talmente naturale che era come respirare, era un tutt’uno per me.  Poi le superiori… tan tan tan tan… volevo fare il Liceo artistico a Lucca, ma secondo i miei era troppo distante e soprattutto, la scelta, secondo loro, era poco pratica. Perciò Ragioneria, dove per sopravvivere allo schifo, mi inventai gli schemi di economia aziendale più belli della scuola.

Disegno Storie - erika_barcellona
Erika, Spazio Rojo, Barcellona

Chi sei adesso?

Sicuramente sono un essere camaleontico e da una ventina di anni mi occupo di arte contemporanea, in vari modi e sotto vari nomi: Erika Gabbani, Gerjka, Erika Nasonero, Nasonero, Fupete, Cresperimentart, Drawingalive… Ho iniziato come curatrice d’arte a Crespina (PI), durante i primi anni di Università: da piccole mostre, volte a diffonde e promuovere l’arte, a ideare contenitori d’arte, come il festival CresperimentArt. Poi Roma, dove dopo la laurea in Storia dell’Arte, ho fatto un Master presso il MLAC – Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea de La Sapienza e ho conosciuto Daniele, la mia metà nella vita e nel lavoro. Abbiamo fondato insieme Studio Fupete, un ciclo di mostre di artisti italiani e internazionali, e uno studio di grafica, di cui sono design manager e producer. Sono iniziati i viaggi, il Messico, il Brasile e giri e giri in Italia ed Europa e il nostro ultimo festival internazionale Drawingalive. Nel frattempo, come campo base siamo tornati in campagna, soprattutto io, la adoro, e con Daniele abbiamo fondato Nasonero, il nostro studio associato, che questo anno compie 6 anni. Sono anche artista, per adesso molto timida, ma metà di Fupete, il nostro alter ego artistico, non solo come manager e curatrice come all’inizio, da un po’ di anni mi occupo anche di inventare e realizzare idee e progetti. Non c’è tutto quello che abbiamo fatto sui nostri siti web, ma il feeling e l’atmosfera ci sono tutti: www.fupete.comwww.drawingalive.netwww.nasonero.com

Disegno Storie - fupete_headempty_16

Fupete “Headempty”

Chiara, bambini, dislessia…

Con Chiara ci conosciamo dai tempi delle primarie, poi abbiamo avuto giri diversi ma negli ultimi anni ci siamo conosciute meglio, durante le nostre ore di Jogging in campagna. Io mi stavo occupando di corsi di disegno e lei era affascinata dall’arte, … parlando e parlando, grazie a Chiara, mi occupo di dislessia e bambini. Una delle attività che negli ultimi anni più mi affascinano. In quelle ore, passate con i bambini, mescoliamo di tutto, schemi, mappe, chiacchierate, video, ballo, teatro e tante risate… per me, anche questo è fare arte, è un altro lato della medaglia, uno bello.

Disegno Storie - fupete_products
Fupete Creations
Disegno Storie - erika_travelling Disegno Storie - erika_drawingalive_cittadelmessico
Erika Gabbani e Daniele Tabellini, “Fupete”, Travelling “Drawingalive”,
Città del Messico

(Photo © courtesy Erika Gabbani, tutti i diritti riservati.)

Il volo. Acrilico su tela

Intervista: EVA MALACARNE “Dal Segno al Colore”

In questo piovoso Novembre siamo molto lieti di presentare Eva Malacarne, artista conosciuta, vivace e poliedrica che si esprime attraverso differenti linguaggi. Le sue opere sono dense di significati straripando di emozioni e passione autentica.   Eva  è l’ideatrice della Compagnia del Bosco, insieme ad Andrea Lupi. Tra le varie attività, anche in campo socio-educativo, La Compagnia del Bosco si è presa, recentemente, l’onere e l’onore di riaprire un vecchio teatro dimenticato riportandolo alla vita con un appetibile Programma, davvero ricco di iniziative e sorprese, …troverete tutte le informazioni delle loro attività sul sito:  www.lacompagniadelbosco.it, info@lacompagniadelbosco.it

 Che rapporto avevi con l’arte e il disegno in particolare, da bambina?

Da bambina amavo disegnare e il segno mi affascinava più che il colore… Ricordo ancora i pochi giorni passati all’asilo, sempre accanto ad una bidella… il suo nome era Marcella, la quale per non farmi piangere si sedeva accanto a me e disegnava rose.

Post Cannabis (venduta)
Post Cannabis (venduta)

Vedendola disegnare mi calmavo e continuavo a farle, chiaramente a modo mio!
Disegnare mi riportava alla calma, al piacere del fare un gesto dolce, morbido.
Il colore è venuto dopo come esigenza di completezza al disegno. Solo molto tardi, grazie a Sergio Fini, amico e maestro ho scoperto la pittura emozionale e quindi l’uso del colore come mezzo puramente espressivo, istintuale, simbolico.

Il volo. Acrilico su tela
Il volo. Acrilico su tela

Quali sono, oggi, le tue fonti d’ispirazione?

Le mie fonti di ispirazione sono le emozioni che si materializzano in persone, atteggiamenti, espressioni.

Avendo studiato storia dell’arte e amando l’arte in sé apprezzo e spesso amo moltissimi artisti ma non posso dire di ispirarmi all’uno o l’altro. Non mi impongo l’originalità ma in modo naturale, al di là della qualità di ciò che faccio, percorro una strada personale che si ispira alla visione dell’interiorità più che alle immagini esterne.

Amore...Amore un Corno
Amore…Amore un Corno

A che tipo di espressioni artistiche ti dedichi oggi? 

Sono una persona eclettica, famelica di esperienze, che ha voglia di imparare e quindi non posso fare a meno di curiosare in tutto ciò che mi stimola.
Disegno, dipingo, modello l’argilla.
Scrivo storie per bambini, canovacci teatrali e poesie di cui la maggior parte sono diventate canzoni grazie al mio compagno Andrea Lupi che ha composto le musiche.
Lavoro agli arrangiamenti delle canzoni, ho iniziato a cantare e suonare percussioni.
In particolare amo i tamburi a cornice.
Sto facendo esperienza come attrice e regista per spettacoli rivolti a bambini o messi in scena con ragazzi e ragazze disabili psichici.
Sono burattinaia, scrivo, metto in scena e costruisco i miei burattini con la tecnica del riciclo dei materiali di scarto.

La Panchina. Acrilico su tela
La Panchina. Acrilico su tela

L’artista ha una missione?

Secondo me l’artista non ha una missione. Non si può considerare l’artista in senso astratto e generico. Esistono a mio avviso delle persone che hanno una particolare sensibilità, l’esigenza di comunicare attraverso i canali artistici e una particolare creatività, predisposizione all’arte.
La cosa positiva è accettare la propria natura, molto spesso difficile, vulnerabile, diversa…

Buongiorno Tesoro....
Buongiorno Tesoro….

 

 

E’ da questa consapevolezza di accettazione dell’essere artista e dalla voglia di percorrere la strada della ricerca, libertà espressiva, onestà intellettuale che nascono i frutti.
L’artista che vive nel rispetto di se stesso può dare molto a se stesso e penso anche agli altri.
La coerenza del vivere secondo la propria natura senza preoccuparsi di ciò che impongono i modelli della società, porta a trovare in modo naturale una strada positiva e proficua…
E’ una strada e non una missione ed è diversa e unica perché diversa e unica è ogni persona, ogni artista… ma questa è chiaramente una opinione personale.

Il Re
Il Re

Grazie,
Eva Malacarne

Intervista: ARIANNA LOMBARDI “Io e l’arte”

La nostra prima graditissima ospite è Arianna Lombardi: pittrice e musicista, oltre che insegnante di Yoga.
Le sue opere sono ricche di colori accesi, la forza delle linee e dei tratti, insieme al carattere dei materiali utilizzati, imprimono una connotazione personalissima che si impone con determinazione all’attenzione di chi osserva.
È possibile conoscere le sue numerose e varie attività direttamente sul suo sito
Che rapporto aveva con l’arte “Arianna bambina” e come si è trasformato nel tempo questo rapporto speciale?

Credo che fin da bambina sono stata “arte”.

L’arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere messaggi ed emozioni soggettive.

Un ricordo vivo del passato, riguarda la mia maestra delle elementari, che, lamentandosi con mia madre, le ricordava che ero troppo emotiva e che questa emotività in qualche modo andava calibrata!

Emotività!

E’ stata la mia forza nella vita; l’emotività ci connette con l’anima, le percezioni, le sensazioni: la vista, il gusto, il tatto, l’olfatto, l’udito…. tutti i sensi concorrono all’esaltazione dell’emotività e ad una sua rappresentazione nel campo che più ci rispecchia.

http://www.disegnostorie.it/intervista-arianna-lombardi-larte/
Devo dire che gran parte della mia produzione artistica, risale ai momenti più bui o di tensione che ho passato; le tele, come altri materiali, sono state le mie pagine bianche, dove mettere nero o colore su bianco le mie emozioni più profonde, dando espressione estetica alle esperienze personali.
Mi ricordo ancora bambina, ascoltando la primavera di Vivaldi, il foglio vergine e l’odore dei pastelli che un pò come le sirene di Ulisse, mi traghettavano lontano, dando forma ai suoni della primavera.
Che bellezza…. Avrei disegnato e suonato tutto il giorno!
http://www.disegnostorie.it/intervista-arianna-lombardi-larte/
Nell’età adolescenziale, la scelta di un’istituto artistico, mi ha permesso di approfondire tecniche varie e lo studio dell’arte.
E’ interessante notare, come lungo l’arco delle nostre vite, le esigenze di un ‘individuo cambino, la maniera di fare arte cambi, ma sempre arte resta.
Le sperimentazioni del ready made, stile Duchamp, lo studio tridimensionale utilizzando l’argilla, la grafica pubblicitaria, lo scrivere articoli su una rivista specializzata sulla passione del momento (il wind surf), tirare su un locale per la musica dal vivo, creando atmosfere underground, tutto è arte, trasmettere, appunto, dei messaggi.
http://www.disegnostorie.it/intervista-arianna-lombardi-larte/
Ad un certo punto il buio.
Anni di non produttività…… ma arriva lo yoga.
Tutto ciò che ho descritto fino ad adesso, traslato nelle pratiche.
Mettere su una lezione di yoga ha il medesimo iter di una composizione artistica, anche musicale: progressione, ritmo, pausa, spazio, colore, immaginazione, è pura arte, una vertigine di infinito!  
La mia vita è arte, dal cucinare, dal coltivare le relazioni, da come prenderà forma il mio orto, da come sarà la mia futura casa.
http://www.disegnostorie.it/intervista-arianna-lombardi-larte/
L’arte è quell’ingrediente che da’ sapore alla vita, portandoci oltre i limiti, i pregiudizi, affondando nell’infinito, dove tutto è possibile.
E adesso?
Adesso insegno yoga e meditazione a tempo pieno, mi diverto a suonare il flauto e l’armonium, questa è la mia arte attuale; ma non ho abbandonato l’arte intesa come arte applicata, perché durante il periodo estivo, mi “diverto” a dipingere piccole miniature di paesaggi toscani e di città d’arte con tecnica mista (acquarello e china).
http://www.disegnostorie.it/intervista-arianna-lombardi-larte/

 

 

Devo dire la verità, quando dipingo, il tempo non esiste, mi calo nei colori che daranno forma alla miniatura e mi sento un tutt’uno con la mia anima, essere nella bellezza in quel preciso istante con tutta me stessa……. pura arte della meditazione!

Per me non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un’unico codice di interpretazione, sta’ a noi trovare il giusto canale di espressione, per esprimere tutta la passione che è dentro di noi, che altro non è che passione per la vita.
                                                                                                           Arianna Lombardi